bassifondi-scarlatti

Le carenze dei mortali

Non ho paura di dire a un vampiro quando ha oltrepassato il limite.
— Nora McCreery

Milano Storia 3 9 maggio 2026

Qualche notte dopo — Milano Est, rifugi

L’incarico non sparisce dormendoci sopra.

Avete un nome — Alan Sellers — e da qualche parte in città qualcuno ne sa più di quanto ha detto. Avete una scadenza che nessuno ha scritto e un numero al quale arrivano sms regolari. Fuori, la città non aspetta: l’Expo apre tra giorni, i cantieri non si fermano, le telecamere sono ovunque. I video del Calvairate continuano a girare — rimossi e ripubblicati, con la testardaggine delle cose vere.

Stanotte ognuno si muove per conto suo. La caccia non si delega, e quello che state cercando nemmeno.


Ore 21:00 — Milano Est, strade

Marco esce per primo.

Non è una decisione complicata. È Fame, e la Fame ha smesso da un pezzo di chiedere il permesso. Il quartiere lo conosce: un’uscita di servizio sul retro di un bar, un cuoco albanese che fuma da solo, una stretta al collo che non fa rumore. Quattro minuti. Marco si pulisce la bocca sulla manica e si allontana prima che la sigaretta spenta tocchi terra.

Torna con la testa più fredda di quando è uscito. È l’unico metro che conta.


Ore 21:00 — Lambrate, appartamento

Joao non caccia. Joao ha già qualcuno che sale le scale per conto suo.

È una vena fissa, di quelle che tornano sempre. Non per paura, non per debito. Tornano perché il morso di Joao fa quello che fa, e chi lo ha provato una volta non riesce a smettere di pensarci. Lei suona, lui apre, nessuno dei due parla.

Il sangue ha un sapore preciso — caldo, nervoso, qualcosa sotto che sa di attesa. Lo registra e va avanti.


Ore 21:30 — Porta Venezia, librerie

Renée non caccia. Cerca.

Via Padova, poi Porta Venezia, poi un vicolo che di giorno vende cristalli e di notte lascia accesa una luce in fondo. Scaffali di esoterismo, testi che si chiamano grimori senza esserlo, gente che ha cercato risposte nelle stesse direzioni sbagliate. Renée scorre copertine e indici con la metodicità di chi sa che la risposta non è qui ma deve verificarlo lo stesso.

Trova frammenti. Folklore, teorie sul sangue, qualcuno che aveva visto qualcosa e non riusciva a trovare le parole. Niente di diretto. Niente che risponda alle domande che contano.

Esce con tre libri e più domande di quando è entrata. Per Renée è quasi un successo.


Ore 22:00 — Corvetto, retrobottega

Syd lavora in silenzio. O almeno ci prova.

Ha una rete — numeri, facce, persone che devono favori o che vendono informazioni perché è l’unica merce che non si deprezza. Stanotte uno di loro decide che il favore non lo deve più. O che certe cose non si dicono. O che Syd può aspettare.

Un calcolo sbagliato.

Quello che segue dura poco. Una sedia rovesciata, un dito che si piega nella direzione che non dovrebbe, e una voce che spiega — piano, senza alzarsi mai — perché stanotte è una serata sbagliata in cui essere reticenti.

Il prezzo è reale. Un contatto bruciato, forse due. Quella parte di rete che adesso sa che Syd non è infinitamente paziente. Ci vorrà tempo per ricostruirla.

In cambio, tre nomi della Milano che conta: Mark Floros, Caroline Janson, Alan Sellers. Un ristorante in centro, di quelli dove i tavoli si prenotano settimane prima e il maître conosce i cognomi a memoria. Sempre gli stessi tavoli. Sempre la stessa discrezione.

E qualcosa in più. Voci su giornalisti e poliziotti a libro paga. Non roba da cronaca nera — roba da prima pagina, se qualcuno avesse voglia di scavare.

Nessuno aveva voglia.

Syd porta tutto al gruppo senza commento. Forse ne vale la pena. Forse no. Lo scoprirete dopo.


Ore 23:00 — Centro, ristorante

Il posto è quello che vi aspettavate, e peggio.

Tovaglie bianche, luci calibrate al millimetro, un silenzio che costa. Il maître vi intercetta prima ancora che siate dentro — uno sguardo che parte da Joao, scivola su Renée, si ferma su Marco, poi incontra Syd e compie uno di quei viaggi brevi ma definitivi che certi sguardi fanno quando hanno già deciso.

Joao non ha bisogno di un vestito buono. Il suo lavoro è essere guardato, e lo sa. Passa.

Renée ha fatto il possibile. Abito da sera, portamento, la voce di chi è abituata a farsi ascoltare. Regge.

Marco è Marco. Giacca che ha visto giorni migliori, l’aria di qualcuno cresciuto a pane e trasferte allo stadio. Non regge.

Syd è Syd. Non c’è vestito che risolva il problema.

Il maître apre la bocca.

Dall’interno qualcuno si alza. Attraversa la sala con quella compostezza che non si impara, dice due parole al maître che chiudono la questione, e vi accompagna verso il fondo. Non verso un tavolo. Verso un ufficio.


Ore 23:15 — Ufficio sul retro

La stanza ha una scrivania, qualche sedia, l’odore impercettibile di qualcosa di costoso bruciato troppo lentamente. Mark fa accomodare tutti senza fretta. Poi prende il telefono.

Caroline Janson arriva cinque minuti dopo con l’aria di chi non si fa aspettare mai ma stasera ha fatto un’eccezione. Composta, precisa, il tipo di attenzione negli occhi che non è cortesia — è valutazione. Vi guarda uno per uno. Trattiene il giudizio. Almeno per adesso.

Mark inizia a parlare con la precisione di chi sa esattamente quanto vuole dire. Specifica subito una cosa: lui parla a nome della Camarilla, ma Caroline è qui per conto suo — una collaboratrice libera, con i propri legami e i propri interessi. Anarchici, se volete un’etichetta. In questa città certi problemi si risolvono meglio quando non ci sono confini di fazione a complicare le cose.

Raccontano di Alan a turno, come se la storia se la fossero già divisa.

La loro coterie aveva un ruolo preciso in questa città. Intercettare le notizie sbagliate prima che diventassero notizie. Spegnere le indagini prima che trovassero qualcosa. Giornalisti, funzionari, qualche poliziotto — una rete costruita nel tempo, tenuta in piedi con la pazienza e con il tipo di risorse che non si esauriscono.

Alan ne era parte. Anzi, la componente più esposta. Quello che si muoveva nei posti giusti, conosceva i nomi giusti, sapeva a chi rivolgersi quando qualcosa rischiava di emergere.

Poi qualcosa in Alan si è rotto. E con lui i suoi accordi, i suoi contatti, l’equilibrio fragile che aveva tenuto tutto insieme.

Il problema adesso sono le persone che stanno seguendo la scia.

Due nomi. Una giornalista — Tina, per chi la conosce — di una redazione cittadina. Ha un pezzo a metà che, se esce, fa danni che non si riparano. E l’ispettore Davide Caruso, Questura zona Navigli, con un fascicolo aperto che non vuole chiudersi.

Mark parla. Caroline ascolta e aggiunge. Nessuno dei due dice per favore.

Joao è seduto di fronte a Mark. Si erano già visti, qualche notte fa, al bancone di un altro ristorante: Joao lo aveva invitato a casa sua, Mark aveva declinato senza alzare il tono. Adesso, a un certo punto, Mark smette di seguire il discorso degli altri e si ferma su di lui — qualche parola sulla sua serata, una domanda sul suo passato che potrebbe voler dire mille cose. Joao è abituato a essere guardato; registra l’attenzione e la archivia per quello che gli sembra. Forse Mark sta riconsiderando quella sera al bancone, forse gli ha visto qualcosa addosso, forse è solo il modo in cui certi uomini lo guardano. Risponde quel poco che c’è da rispondere e lascia scorrere.

Fuori dall’ufficio si sente la sala — voci basse, posate, niente che vi riguardi.

Qualcuno propone di dividersi: i due nomi vanno affrontati in parallelo, non c’è il tempo per farlo in sequenza. Marco si offre per la giornalista e chiede a Joao di andare con lui. Non spiega perché. Renée e Syd prendono la Questura. Vi separate senza scambi inutili.

Il tempo non è dalla vostra parte.


Ore 00:30 — Centro, fuori dalla redazione

Marco e Joao aspettano.

Non è un piano sofisticato. Conoscono il nome, conoscono la faccia, sanno che certi giornalisti non escono prima di una certa ora. Si aspetta. Si osserva. Si conta il tempo che passa.

Tina esce con la borsa a tracolla e il passo di chi ha ancora la testa dentro al pezzo. Joao si muove per primo — una scusa qualunque, il tipo di apertura che di solito funziona. Non funziona. Tina accelera senza nemmeno rispondere, testa bassa, chiavi già in mano.

Marco aspetta un secondo. Poi interviene.

«Tina.»

Lei si ferma. Riconosce la voce prima ancora di voltarsi. Quando lo fa, l’espressione non è sorpresa — è qualcosa di più complicato. La faccia che si fa quando una cosa che non ti aspettavi si rivela meno sorprendente di quanto pensavi.

«E tu cosa ci fai qui?»

Non è una domanda che chiede una risposta immediata. È una domanda che chiede un posto dove sedersi.

Casa sua non è lontana. Certe conversazioni è meglio non farle per strada.


Ore 01:00 — Casa di Tina

Tina non ha paura.

È la prima cosa che notate entrando. Non è la tensione di chi sa di essere in pericolo — è qualcos’altro. Una lucidità strana, quasi calma, di chi ha già attraversato il momento peggiore e non ha più molto da perdere.

Sa cosa siete. Lo capisce guardando Marco, poi Joao, con la rapidità di chi ha già fatto questo calcolo in passato. Sa anche cos’è Marco al di là di quello — il latitante, l’uomo con una storia che non si racconta ad alta voce. Sa molte cose. È il suo lavoro.

Sa anche chi era Alan. Lo aveva riconosciuto dai video quella sera — impossibile non riconoscerlo, per chi lo aveva conosciuto da vicino per anni. Aveva capito cosa stava guardando. Non lo aveva scritto nel pezzo. Non ancora.

Le ci vuole poco per raccontare il resto. Lo fa con la precisione di chi ha ripetuto la storia a sé stessa abbastanza volte da averla resa sopportabile. Il sangue che lui le dava, periodicamente, come si dà una cosa di cui l’altro ha bisogno. La dipendenza che si installa senza che te ne accorga. La sensazione che senza di lui l’aria diventi meno respirabile.

Poi la sparizione di Alan. Le settimane di astinenza — non lo dice in modo drammatico, lo dice come si elenca un fatto. Il corpo che si ricalibra. La testa che torna sua.

C’è un’altra cosa, quasi alla fine. Qualche settimana fa in redazione era passata una donna — un’ispettrice degli Affari Interni. Stesse domande, fatte in un altro ordine. Tina le aveva detto poco. Non si era fidata. Adesso non sa se sia stato un bene.

L’articolo è la sua vendetta. È l’unica cosa che aveva da fare con quello che sa.

Marco le dice che il pezzo non può uscire.

Tina alza gli occhi. «L’ho già consegnato. Stanotte va in stampa.»

Quello che segue ha la forma di una conversazione ma non lo è davvero. Marco le fa capire quanto possa essere pericoloso — per lei, fisicamente, concretamente. Non è una minaccia esplicita. È peggio: è la descrizione accurata di quello che succede a chi sa più di quanto gli conviene sapere.

Tina lo ascolta fino in fondo. Poi scuote la testa.

«Ho passato anni a non poter scegliere niente. Non adesso.»

È in quel momento che Joao interviene. Non dice molto. Non è necessario. C’è un modo in cui certe parole trovano la strada dentro, quando vengono dette nel modo giusto, e Joao sa qual è quel modo. Tina lo guarda. Qualcosa cambia nella sua espressione — non è resa, è qualcosa di più sottile. Uno spostamento impercettibile nella direzione di una scelta che un secondo prima non avrebbe fatto.

Chiama la redazione. Il pezzo si ferma.

Nessuno dice niente per un po’. Tina tiene il telefono in mano e non guarda nessuno dei due. Marco sa cosa ha appena lasciato fare a Joao. Era necessario, forse.


Ore 00:30 — Navigli, Questura

Renée entra da sola.

La storia che ha preparato regge fino al bancone della guardiola, poi smette di reggere. Il poliziotto di turno non ha nessuna intenzione di disturbare l’ispettore per una sconosciuta con una scusa vaga. Renée lo guarda. Insiste. Lui scuote la testa.

Poi Renée smette di insistere. Si china leggermente sul bancone, gli aggancia lo sguardo, e gli dice — piano, con la voce giusta — di lasciarla passare.

Non è una cosa che si vede succedere. È una cosa che è già successa quando te ne accorgi. Gli occhi del poliziotto si svuotano per un istante, poi tornano a fuoco, e la sua mano le indica il corridoio con la naturalezza con cui indica l’uscita a chiunque altro. Più tardi non saprà spiegare perché l’ha fatta passare. Caruso l’aspetta nel suo ufficio.

L’ufficio è una versione compressa di lui. Ordine apparente, disordine reale, la scrivania di chi sa sempre dove sono le cose anche quando non sembra. La guarda entrare senza alzarsi.

La conversazione dura poco. Caruso ascolta, fa due domande, poi si alza.

«Se non è fuori da questo edificio entro tre minuti la faccio arrestare.»

Non è una minaccia. È un’informazione.


Ore 01:00 — Fuori dalla Questura

Syd aspetta sul marciapiede dall’altra parte della strada.

Vede uscire Renée con la camminata di chi non ha ottenuto quello che voleva. Piano B: aspettare che esca Caruso. I detective escono sempre, prima o poi.

Caruso esce venti minuti dopo.

L’approccio funziona — nel senso che Caruso si ferma, li ascolta, non chiama rinforzi. Funziona fino a un certo punto. Caruso vuole sapere chi, cosa, e soprattutto quanto. Non è un uomo che si muove per principio. Si muove per interesse, e l’interesse va quantificato.

Nel mezzo della trattativa che non decolla, qualcosa filtra comunque. Caruso parla di Alan con la scioltezza di chi l’ha già archiviato emotivamente. Alan, una volta, gli aveva detto una cosa — uno di quei commenti che sul momento sembrano aria e dopo tornano. Che prima o poi sarebbe arrivato qualcuno di deforme a prendere il suo posto. Non aveva chiarito chi. Non aveva chiarito cosa intendesse con deforme. Caruso ci aveva riso su.

Adesso ci pensa di più.

E poi un nome — Bo — buttato lì con la stessa assenza di contesto. Alan lo nominava ogni tanto. Nessuno sa chi sia.

Syd e Renée sono troppo vaghi su tutto il resto. Caruso lo capisce in fretta. Si lasciano sul marciapiede senza nulla di fatto.

Il fascicolo è ancora sulla scrivania.


Ore 02:30 — Centro, ufficio sul retro

Mark è ancora lì. Sembra non si sia mai mosso.

Ascolta il resoconto senza interrompere. La metà buona — Tina, il pezzo fermato — la registra con un cenno. L’altra metà — Caruso, il fascicolo aperto, la trattativa a vuoto — la registra con qualcosa di diverso. Non è rabbia. È la calma di chi sta già calcolando il costo.

«Sistemerò io la cosa con il detective.»

Pausa.

«Ma adesso mi dovete un favore.»

Non lo dice come una minaccia. Lo dice come si enuncia un fatto contabile, con la stessa naturalezza con cui il ristorante presenta il conto a fine serata. Il debito esiste. Verrà riscosso. Quando e come, non lo dice ancora.

C’è ancora una cosa. Il commento di Caruso su quell’uomo deforme — qualcuno che Alan aspettava, qualcuno che avrebbe preso il suo posto. La deduzione è rapida: il tipo di deformità che Alan intendeva non è metaforica. Mark ascolta, poi annuisce. Sì, conosce il nome. Un Nosferatu. Si chiama Kieran. Non faceva parte della loro coterie — era un contatto di Alan, all’inizio. Solo che in poco tempo i due erano diventati sempre più stretti, di quel genere di vicinanza che non si spiega da fuori. E nelle settimane prima di sparire, Alan era inquieto. Sembrava turbato da qualcosa che non diceva.

Fuori, la notte è ancora lunga.


Ore 05:00 — Milano Est, in transito

A Renée le visioni non chiedono permesso. Arrivano e basta. Un lampo che non ha la forma di un’immagine ma di una sensazione, poi di un dettaglio, poi di una scena che si costruisce attorno a lei come se l’avesse già vissuta.

Mani di donna su una tastiera. La luce del monitor nell’oscurità. Una finestra di chat aperta — nickname generati a caso, lettere e numeri senza senso. Le dita digitano senza esitazione.

Li ho trovati.

Un attimo di pausa. Poi la risposta, dall’altra parte.

Arrivo in un giorno.