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Una giuria di pari

Il significato che conferisco a coloro dei quali rimodello l'esistenza è più prezioso di qualunque dono.
— Mark Floros

Milano Scena 2 28 marzo 2026

Qualche notte dopo — Milano Est, rifugi

Il vicolo non se ne va. Chiudete gli occhi e lo rivedete — la cosa che si muove, le urla, il sangue che non è vostro. Il cervello non funziona per preferenze.

Le notti passano. Cacciate, tornate, dormite il giorno. La città va avanti come se niente fosse — l’Expo porta gente da ogni parte del mondo, i cantieri di CityLife pompano rumori fino a tardi, il Corriere dedica sei righe in fondo alla pagina quattordici a una rissa di matrice ultras nei pressi di un locale notturno.

Sei righe. Indagini in corso.

Syd ha i suoi contatti. Questure, caserme, uffici dove nessuno ti chiede chi sei se porti qualcosa di utile. Quello che trova non è rassicurante: i video circolano ancora, qualcuno li rimuove, qualcuno li riposta, qualcuno li usa. La cosa filmata nel vicolo non somiglia a niente che si possa spiegare con la droga o la violenza ultras.

È in mezzo a queste indagini che arriva l’invito. Un biglietto. Carta pesante, posto e ora, nessun nome.

Qualcuno sa dove trovarvi.


Ore 22:00 — CityLife, via privata

L’indirizzo è dall’altra parte della città. Ovest, la Milano nuova — gru, palazzi di vetro a metà, strade che cambiano nome ogni sei mesi perché i quartieri non hanno ancora deciso cosa vogliono essere. La via è privata. Quasi impossibile da trovare se non la conosci già.

Il ristorante non ha insegna. Vetrine oscurate dall’interno. Un portone anonimo, un campanello senza nome.

Suonate.

Un signore distinto apre — capelli grigi, giacca scura, una compostezza che non si impara. Guarda il biglietto. Vi guarda. Si sposta e indica il corridoio.

Fondo a destra. La scala.

Non dice buonasera.


Ore 22:30 — CityLife, il ristorante

La scala porta in una sala che di giorno è probabilmente piena di galleristi e gente della moda. Stanotte è piena di qualcos’altro.

Ai tavoli vicino alle finestre ci sono ancora dei clienti — normali, o almeno abbastanza normali da non far scattare allarmi. Finiscono di bere, parlano sottovoce, non guardano verso il centro.

Al centro ci siete voi. E ci sono loro.

Da un lato, tre figure in abiti che hanno qualcosa di talare senza essere esattamente tonache. Sedute compatte, come chi è abituato ad aspettare e non ci trova niente di strano. Dall’altro, due persone che parlano fra loro con l’intensità di chi non ha ancora finito di litigare — e accanto a loro, una faccia che conoscete.

Nora si avvicina prima che riusciate ad aprire bocca. Voce bassa, occhi che controllano la stanza mentre parla. Dice che metterà una buona parola per voi.

Il fatto che senta il bisogno di dirlo vi dice tutto quello che serve.

In fondo alla sala, su un divanetto, una donna con i capelli neri parla con un uomo in piedi accanto a lei — bello, elegante, il tipo che lo sa. La donna parla. L’uomo ascolta. O almeno fa finta.

Marco non aspetta. Si stacca dal gruppo e va dritto verso i tre dall’aria religiosa.

Loro non si lasciano scappare l’occasione: parlano della loro comunità, della specialità del loro studio, di quanto si discostino dagli altri due gruppi presenti. Non è reclutamento — è seduzione. Il tipo che funziona su chi non sa ancora di essere il cliente.

Gli altri restano con Nora. Lei spiega quello che sa — tre fazioni, tre modi di stare al mondo. La Camarilla: struttura, protezione, obbedienza. Gli Anarchici: libertà, o almeno l’idea di libertà. La Chiesa di Caino: domande, risposte, una teologia costruita intorno a quello che siete.

Nora è anarchica e non lo nasconde. Quando parla degli altri due gruppi alza un sopracciglio e cambia argomento.

Poi Rui si alza. Saluta tutti con la stessa cordialità — il tavolo degli anarchici, i tre con l’aria da preti, la donna sul divanetto. Un sorriso, una parola, niente che costi niente. Prima di spostarsi verso il fondo della sala si volta verso di voi.

Sta per cominciare, dice. Come se fosse ovvio. Come se doveste già sapere cosa.

Non lo sapete.


Ore 23:00 — CityLife, il ristorante

Renée fissa la donna sul divanetto.

Non è una scelta — è qualcosa che succede. Ogni volta che i suoi occhi vanno in quella direzione c’è qualcosa di freddo lungo la schiena.

Joao si è già spostato verso il bancone. L’uomo elegante è ancora lì, e Joao funziona così — va verso quello che lo incuriosisce, sempre. La conversazione tra i due si interrompe quando lui si avvicina. La donna sul divanetto smette di parlare. Non sorride. L’uomo dice qualcosa sottovoce, poi si volta verso Joao. Sorride. Nient’altro.

La donna vi fa cenno. Tutti.

Accomodatevi.

L’uomo elegante si congeda — un cenno, niente di più — e si allontana.


Ore 23:30 — CityLife, il ristorante

“So tutto di voi.”

Lo dice come si ordina un caffè. Poi elenca — nomi, dettagli, qualcosa di personale per ognuno. Non è una minaccia. È peggio: è una dimostrazione.

Poi spiega il problema. Lo Spauracchio. I video. La Masquerade che cigola. Fa un cenno verso un uomo seduto in disparte — nervoso, in attesa, con l’aria di qualcuno che preferisce non essere lì. L’uomo porta un tablet.

I video sono tanti. Angolazioni diverse, telefoni diversi, quella sera vista da ogni lato. C’è il locale, c’è il vicolo, c’è la folla che scappa.

E ci sono le vostre facce.

Siete sospettati. Se non siete abbastanza convincenti, le vostre teste saltano.

La difesa comincia piano. Renée prova a spiegare la vostra condizione — novellini, nessuna guida, nessuno che abbia insegnato niente.

“Pensi d’essere alla scuola per i giovani vampiri orfani?”

Ma i video li state guardando anche voi. E c’è qualcosa che non torna.

In uno dei filmati la registrazione parte prima. Il vicolo è vuoto, il telefono è già lì, fermo, puntato verso il buio. Aspetta. Poi arriva lo Spauracchio — come se qualcuno sapesse già che sarebbe arrivato. Come se qualcuno lo stesse aspettando.

Nora interviene. La donna la guarda.

“Anche i Sangue Debole hanno diritto di intervento, ora?”

Ma il punto è fatto. La coterie non ha aperto quella porta.

L’accusa cambia forma. Se non siete i colpevoli, trovate i colpevoli. Gli Spauracchi sono bestie, ma non stupide — non si spingono in situazioni del genere senza una ragione. Qualcuno l’ha guidato lì.

Trovate chi.

Se non ci riuscite, le teste che saltano sono le vostre.

Lascia un numero. Solo sms, aggiornamenti regolari.

“Ricordate che sappiamo dove trovarvi.”

Poi indica l’uomo col tablet. Fred conosce lo Spauracchio. Vi aiuterà.


Ore 01:00 — CityLife, il ristorante

Joao è già al bancone. L’uomo elegante sta scrivendo su un portatile, lo schermo girato dall’altra parte. Joao attacca bottone nel modo in cui fa sempre le cose: direttamente, senza giri. L’uomo lo guarda divertito. Risponde poco, sorride molto.

Quando Joao lo invita a casa sua la risposta è gentile, precisa, e non lascia spazio. Si alza, si abbottona la giacca, e se ne va. Nessuno lo ferma. Nessuno ci prova.

Gli altri tre circondano Fred. Lui conosce lo Spauracchio — conosce il nome, Alan Sellers — ma di più non dice. Durante i video si era tradito. Adesso ha la faccia di uno che compila un modulo. Lascia il numero, indica Mark.

“Era nella sua coterie. Sa più di me.”

Poi Fred sparisce. I tre con l’aria religiosa fanno lo stesso, senza salutare.

Rimane Nora. E voi avete domande — tante, troppe, tutte quelle che non avete mai potuto fare a nessuno. Clan, Tradizioni, Camarilla, Anarchici, Chiesa di Caino.

Nora risponde a quello che sa. Qualche mese di vantaggio e niente di più. Non è un manuale — è una che è ancora qui, e vi sta spiegando come ha fatto.

Da dietro il bancone arriva Lesley. Si è già alzato due volte durante la serata per invitare tutti a moderare i toni — con la stessa compostezza del signore che vi ha aperto il portone, come se certe serate fossero semplicemente parte del lavoro.

Adesso vi guarda con la cortesia di chi ha aspettato abbastanza.

Il locale si è prestato abbastanza come tribunale.

Fuori, CityLife di notte. Le gru sopra, le luci delle torri in costruzione, una città che sta diventando qualcos’altro senza chiedere il permesso a nessuno.

Avete un incarico. Avete una minaccia. Avete qualche numero di telefono e più domande di quando siete entrati.

E da qualche parte in questa città, qualcuno sapeva che lo Spauracchio sarebbe arrivato.