Ore 20:00 — Milano Est, rifugi
Conosci quella sensazione. Hai rimandato anche tu.
Non sei il solo — sono settimane che tutti e quattro trovate scuse, espedienti, modi per non chiamare le cose con il loro nome. Ma stanotte la Fame non lascia spazio a interpretazioni. È lì, fisica, concreta, e non ha nessuna intenzione di aspettare ancora.
Vi trovate. Non servono grandi discorsi.
Stanotte si va a caccia.
Ore 21:00 — QT8, Montestella
L’idea è andare a ovest, verso San Siro. La Montagnetta — il Montestella, quella collina fatta di macerie di guerra che Milano ha costruito e poi dimenticato — di notte diventa un altro posto. Spacciatori, clienti, gente che preferisce non essere vista. Nessuno fa domande, nessuno vuole sapere.
Il problema è che arrivate troppo presto.
Il parco è ancora rispettabile. Cani al guinzaglio, runner con le cuffiette, famiglie tardive. Niente che serva, soprattutto a Joao, che ha gusti particolari. Lui vuole qualcosa con una certa carica — adrenalina, sostanze, sangue che valga la pena. Esigenze da intenditore, per uno che fino a poco fa era vivo come tutti gli altri.
Ore 22:00 — Lampugnano, stazione pullman
Vi spostate a Lampugnano. Capolinea della metro, terminal dei pullman notturni, parcheggi grandi e male illuminati. Gente di passaggio, gente stanca, gente che non guarda negli occhi nessuno. Sulla carta, il posto giusto.
Marco decide di fare l’esca. Si piazza in un angolo con l’aria dello sprovveduto, portafoglio in bella vista, sguardo perso. Syd sparisce nell’ombra a coprirlo. Il piano è aspettare che qualche brillante esponente della criminalità locale abbocchi, poi ribaltare la situazione.
La Fame ha altri programmi.
Un passante sbaglia strada, si avvicina troppo. Marco scatta. Non è un attacco — è un riflesso, la Bestia che prende il volante per tre secondi. L’uomo urla e scappa. Marco resta lì con le mani che tremano.
Dall’altra parte del parcheggio, Renée ha puntato una ragazza sola che torna alla macchina. Borsa a tracolla, chiavi già in mano, passi veloci — una che la sera cammina guardandosi intorno. Renée è già dentro l’abitacolo prima che la ragazza riesca a chiudersi la portiera alle spalle.
Quello che segue dura pochi secondi e va molto male. La ragazza urla in un modo che non ammette equivoci, e Renée esce dalla macchina e sparisce prima che qualcuno riesca a inquadrarla.
Syd non si è mosso. Joao ha guardato tutto con l’espressione di chi aveva già deciso che non era serata e aspettava solo conferma.
Prima uscita. Risultato: zero.
Ore 23:00 — QT8, Montestella
Tornate alla Montagnetta. È più tardi, il parco ha cambiato pelle, e ai piedi della collina ci sono finalmente facce più interessanti.
Renée e Joao si avvicinano a due ragazzi — venticinque anni forse, l’aria di chi ha già deciso che stanotte si fa tardi. Stanno parlando del locale — musica, folla, luci rosse. Renée attacca bottone con la naturalezza di chi sa farlo. Joao si aggiunge. I due ragazzi non ci pensano due volte: c’è la macchina, c’è posto, si va insieme.
Marco e Syd prendono la metro. Meglio così — meno variabili, meno complicazioni.
Ore 23:30 — Calvairate, dintorni del locale
La macchina non arriva al locale.
In un vicolo vicino al locale, mentre cercano parcheggio, Joao e Renée decidono che il momento è adesso. I due ragazzi davanti non hanno il tempo di capire cosa sta succedendo.
Joao è rapido e preciso. Il suo ragazzo si accascia prima ancora di reagire. Pulito, professionale, il minimo indispensabile.
Renée no.
Quando smette, il sedile è una scena del crimine. Il ragazzo respira, ma appena. Un’arteria è una cosa seria, e Renée lo sa perché adesso lo vede davanti a sé — il risultato concreto di quello che è diventata, senza distanza.
Escono dalla macchina. Il vicolo è buio, umido, odora di scarichi. Da qualche parte in fondo alla strada qualcuno ha già trovato la macchina — si sentono le urla.
Renée tira fuori il telefono e chiama il 118. Voce bassa, indirizzo preciso, niente nome. Riattacca prima che facciano la seconda domanda. Non è redenzione — è quello che riesce a fare, adesso, con quello che è rimasto.
Il telefono vibra. Marco.
Dove cazzo siete?
Ore 00:30 — Calvairate, vicolo sul retro
Vi ritrovate alla metro. Marco e Syd sono a stomaco vuoto — si vede negli occhi, nel modo in cui non riescono a stare fermi. Joao e Renée invece sono visibilmente più posati.
Vi spostate verso il Plastic. Non ci arrivate.
Marco è ancora affamato, e non ha intenzione di aspettare. La conversazione comincia ad animarsi quando in fondo al vicolo si spalanca una porta di ferro.
Una porta senza insegna, senza citofono, che esiste solo per buttare fuori chi dà fastidio. Da dentro arriva musica — bassa, lontana, il battito sordo di un locale che non si vede ma si sente.
Ne escono in due. Grandi, silenziosi, con quell’aria professionale nel senso sbagliato del termine. Tra loro c’è una donna — non giovane, capelli grigi, corporatura minuta — che non stanno accompagnando fuori. La lanciano sul selciato come si butta un sacco, senza guardarla mentre cade.

Poi cominciano a pestarla. Calci metodici, precisi, quelli che non lasciano segni sulla faccia ma spaccano le costole. La donna non urla. Si copre la testa con le braccia e aspetta che finisca.
Si accorgono di voi.
“Girate al largo o ce n’è anche per voi.”
Marco e Syd non girano al largo.
Si muovono prima ancora di pensarci, e i due non erano preparati a qualcuno che non si tira indietro. Joao arriva un secondo dopo, quando non c’è già più molto da fare. Renée è già accanto alla donna.
La donna si rialza da sola. Si guarda intorno con una rapidità che non ti aspetti da chi è appena stata scaraventata sul selciato. Valuta. Poi tira fuori una penna — come se avesse sempre una penna a portata di mano per situazioni come questa.
Prende la mano di Renée. Scrive un numero sul dorso, cifre piccole e precise.
“Mi chiamo Nora.” Si sta già muovendo mentre parla. “Vi devo un favore.” Non aspetta risposta.

Sparisce nel vicolo prima che qualcuno pensi a seguirla.
Dietro di voi, i due si stanno rialzando. Marco e Syd non hanno ancora finito.
Non dura molto. I due finiscono a terra — stavolta ci restano. Uno infila la mano sotto la giacca. L’altro lo ferma con una presa sul braccio. Si porta una mano all’orecchio — un auricolare.
“Il capo vuole parlarvi.”
Silenzio. Sguardi.
“Non sapete di chi è questo posto?” Non lascia il tempo di rispondere. “È di Robert Vasile.”
Robert Vasile. L’imprenditore dell’est che da due anni compra locali notturni a Milano come fossero figurine — musica giusta, clientela selezionata, soldi che arrivano da qualche parte e nessuno chiede da dove. Il nome lo conoscete. Lo conoscono tutti.
I due si ricompongono. Si spolverano le giacche con la dignità residua di chi è stato steso da gente che pesa la metà. Fanno strada verso la porta di ferro.
Oltre la soglia, buio. Da sotto i piedi arrivano i bassi che pompano attraverso il cemento. Un locale. Di quelli che non hanno bisogno di farsi trovare.
Non fate in tempo a entrare.
Un colpo sordo, secco, che non c’entra niente con la musica. Poi un altro. Poi le urla coprono tutto — si moltiplicano, salgono, e la musica sparisce sotto.
La folla vi investe come un fiume in piena. Corpi che spingono, gomiti, tacchi sul selciato bagnato, facce che non fingono calma. Panico vero, quello animale. I due buttafuori spariscono sotto la massa — travolti, sbattuti contro il muro, calpestati. Non li vedete più.
Poi la vedete.

Un’ombra balza dalla massa su uno dei malcapitati in fuga — troppo veloce per essere umana. L’uomo finisce a terra. L’ombra gli è addosso. Dura pochi secondi. Quando si rialza, quello sotto non si muove più.
La testa ruota. Nessun criterio, nessuna scelta — solo la prossima cosa calda e viva che si muove. Renée è la più vicina.
Le dita della creatura si chiudono sul braccio di Renée con una forza che non ha niente di umano. Renée non si muove. Ha un volto adesso, la cosa, e in quel volto non c’è niente — non rabbia, non fame, non pensiero. Solo la Bestia che mangia.
Syd non pensa. Syd afferra.
La creatura vola dall’altra parte del vicolo. L’intonaco si crepa. Syd resta dov’è, le mani ancora chiuse nel vuoto.
La cosa si rialza. Non vi guarda. Non gli importa di voi. Cerca il prossimo corpo caldo e non lo trova abbastanza in fretta — la folla si è diradata, il vicolo si sta svuotando. Sparisce nella notte come ci era arrivata.
Marco non c’è più. Il caos, i corpi nel panico, nessuno che guarda. La Fame ha fatto il resto.
In fondo alla strada i primi lampeggianti blu stanno già tagliando il buio. Da qualche parte nel vicolo, uno schermo di telefono è ancora acceso, puntato verso il niente.
Vasile dovrà aspettare.
Ore 02:00 — Porta Genova, Naviglio Grande
Vi muovete. Veloci, mischiati alla folla che si disperde. Renée si tiene il braccio dove la morsa ha lasciato segni che spariranno prima dell’alba. Le sirene rimbalzano sulle facciate dei palazzi, sempre più lontane.
Syd ha ancora Fame. Lo sapete tutti.
Le strade si stanno svuotando. Renée e Joao camminano avanti, Syd qualche passo dietro. Un ragazzo taglia da solo in un vicolo che dal Naviglio porta verso le vie sul retro — chiavi in mano, passo veloce, la macchina parcheggiata da qualche parte.
Non vede Syd. Non lo sente. Nessuno lo sentirebbe.
Il ragazzo finisce seduto contro un muretto con un lieve giramento di testa. Domattina penserà di aver bevuto troppo.
La notte è finita.