Con la caduta di Criovenn, il silenzio che scende dal Picco Gugliaghiacciata è diverso da tutti quelli che lo hanno preceduto. Non è il silenzio teso di chi aspetta l’ombra successiva — è il silenzio di chi può finalmente smettere di guardare il cielo.
Il ritorno a Phandalin
Le notizie arrivano prima degli avventurieri. Quando Elfeder, Tiamantha e Arcibaldo ricompaiono lungo la strada principale, Phandalin li accoglie con un’emozione che fatica a trovare parole. Nessuna fanfara, nessun discorso solenne — solo sguardi che dicono lo sappiamo, ed è abbastanza.
Le rotte commerciali si riaprono. I villaggi smettono di vivere nel timore costante. Le cicatrici lasciate dal drago e dai culti che hanno prosperato nel caos non svaniscono, ma diventano monito e memoria.
Ciò che resta
È difficile dire quando sia cambiato tutto. Forse al tempio abbandonato, con la prima perdita. Forse sulle colline dell’onta, o nella casa nel bosco quando la realtà si è incrinata. O forse solo adesso, con la spada ancora sporca di sangue di drago e le gambe che tremano per il freddo.
Quello che era iniziato come un incarico dalla bacheca del borgomastro è diventato altro: una catena di scelte, alleanze strette nel fango e segreti strappati a rovine che non volevano parlare. Roccadascia liberata, il culto di Talos spezzato, l’Ammazza-Draghi impugnata quando tutto sembrava perduto.
Tre avventurieri arrivati a Phandalin in cerca di lavoro ne ripartono con qualcosa di più pesante e più duraturo di qualsiasi ricompensa.
Oltre il Picco
La Costa della Spada continua a muoversi, indifferente agli eroi come alle minacce. Nuovi problemi sorgeranno, nuove ombre si allungheranno su villaggi che credevano di essere al sicuro.
Ma per ora, il Picco Gugliaghiacciata è solo una montagna. E tanto basta.
Alcune storie finiscono con un ruggito. Questa finisce con il silenzio della neve che cade dove un drago non vola più.