bassifondi-scarlatti

Ma per grazia di...

La grazia è un debito che qualcuno decide di non riscuotere. Nessuno sceglie chi la merita.
— Rui da Costa

Milano Storia 719 luglio 2026

Ore 18:45 — San Gennaro, cripta

La cripta si sveglia con voi dentro. Le brande sono dove le avevate lasciate all’alba. Sul tavolo di plastica, dei thermos nuovi, caldi. Non contengono caffè.

Fred Hartmann è seduto al tavolo. L’ultima volta era al ristorante di Brera, nervoso, in trasferta politica. Stanotte è a casa sua, le mani ferme.

«Vi state svegliando», dice. Non è una domanda. «Marilyn è andata a prendere quello che serve. Torna tra non molto. Nel frattempo bevete, e mettetevi al lavoro.» Indica i thermos, poi tace, e resta lì con l’aria di chi ha tutto il tempo del mondo.

Il primo di voi che beve lo scopre subito: la Fame si abbassa in tre sorsi. Nessuno chiede da dove venga.

Marco appoggia sul tavolo il bottino del self-storage: la piantina, il taccuino, il dossier. La mano rotta si vede. Fred la guarda un istante, poi torna a guardare voi.

Il dossier lo aprite per primo. Firma «A. Brambilla» in calce. Ricostruisce la scomparsa di Alan Sellers, ex grafico dello Studio Bonomi, ultimo avvistamento alla discoteca il 14 marzo 2004. Ha già la faccia umana di Alan, e voi non l’avete ancora cercato. Il taccuino porta una seconda calligrafia, femminile, matita nei margini. Pagina sette: Vasile, capitale immobiliare ovest? Aprile 2014. Alan è scomparso undici anni fa. Chi ha scritto quella nota dieci anni dopo è qualcun altro.

Fred non commenta. Ma vi guarda leggere come si guarda gente che sta arrivando dove doveva.


Ore 21:00 — Verso Lambrate

Marilyn entra dalla porta di servizio con un fascio di paletti di legno chiaro sotto il braccio. Punte squadrate, tenuti da qualche parte per l’occasione. Ne appoggia due sul tavolo, si tiene il resto. «Andiamo.» Non chiede se avete finito.

Caricate i paletti nel bagagliaio della sua berlina, nel cortile della parrocchia, e partite. Guida piana, veloce, senza teatralità, e mentre guida spiega.

«Se l’Animale è in quell’attico, lo trovate. Lo isolate, lo immobilizzate. Un paletto nel cuore lo spegne: non lo uccide, lo addormenta. Finché il legno resta dentro non si sveglia e non può fare niente. Me lo consegnate così, intero.» Pausa. «Perché a me deve arrivare intero. Quel corpo va divorato, e va divorato dentro. La Bestia in un Fratello caduto è impurità da reintegrare nel sangue di chi sa gestirla. La Chiesa ha regole. Fred ha benedetto. Voi non dovete capire, solo lasciarmi il corpo.» Gli occhi non lasciano la strada. «Se si scatena, se scappa, usate quello che serve. Il fuoco anche. Ma se resta un corpo, il corpo è mio.»

Poi tace.


Ore 21:50 — In tangenziale

Dopo quaranta minuti qualcosa cambia nella guida di Marilyn: un rallentare, uno scarto di corsia che non serviva, un’occhiata di troppo allo specchietto. «Da quanto?», chiede uno di voi. «Corvetto. Berlina scura, tiene la distanza. Non si sposta da mezz’ora.»

Renée si volta appena. Tre auto dietro, i fari alti di una berlina scura. Aguzza la vista oltre quello che un occhio umano potrebbe, quel tanto che basta a leggere la targa. Sette caratteri che ha già visto: sono quelli della sera davanti all’erboristeria, quando due sagome stavano lì a guardare senza scendere. In cabina, adesso, le riconosce: un uomo e una donna, quelli di Rogoredo. Marilyn no, da dove è lei sono solo due profili contro il vetro.

«Che siano i cacciatori?» Nessuno risponde, perché tutti lo sanno.

Marilyn entra a Lambrate, rallenta e accosta davanti al civico. La berlina è passata oltre e ha svoltato in una laterale: non la vedete più, ma non se ne sono andati. Si volta verso di voi, e ha negli occhi una luce fredda che in cripta non aveva. «Voi pensate all’Animale.» Guarda Marco, poi Renée. «Io penso a chi ci ha seguiti.» Un secondo di silenzio. «Andate.»


Ore 22:00 — Lambrate, il palazzo

I paletti a tracolla nella cerata. Marco ne prende uno con la mano buona, quella rotta contro il fianco. Attraversate il marciapiede.

Il portone è strappato dai cardini, appoggiato al muro dell’androne. Dentro non c’è corrente: niente spie, niente ronzio, solo il freddo degli edifici morti. Dove c’erano i citofoni restano i tondini di rame delle viti strappate. Cassonetti vuoti, volantini di due anni fa, e sotto tutto un odore dolciastro che si sente solo respirando dal naso.

L’ascensore è morto. Restano le scale, otto rampe, forse nove, nella penombra: porte sfondate, spray sui corrimano, calcinacci, un materasso ancora nel cellophane abbandonato a un piano. Al pianoterra si sente la strada, al secondo il silenzio.

Salendo, dalla tromba scale filtra il fuori: una voce d’uomo che alza il tono, coperta da un’altra. Un cortile che si tende. Marilyn sta parlando con qualcuno, troppo giù per voi. Ve l’ha detto lei di andare. Salite.

In cima la porta c’è, ed è chiusa. Legno scuro, integra, lo stipite verniciato di fresco un anno fa. Ma sulla vernice, all’altezza dello stomaco, tre righe artigliate, vecchie e superficiali. Sul pavimento, contro il battiscopa, una macchia scura asciugata da tempo, inconfondibile a chi sa cos’è il sangue rappreso. Chi vive qui dentro non ci vive solo.

Joao aveva tenuto duro per tutta la salita. Davanti a questo, l’odore, la vernice grattata, il sangue vecchio, qualcosa dentro cede. Non è paura, è fisico: certe forme di marcio gli passano attraverso. Syd lo prende per un braccio, lo appoggia al muro all’inizio della tromba scale, una mano sulla nuca, e aspetta.

Poi pensa alla piantina. C’era una scala antincendio sul retro. «Io e Joao saliamo dal balcone. Voi due dalla porta. Gli chiudiamo le vie.» Scendono di un piano, entrano da un appartamento scardinato, salgono la scala di ferro verso il balcone dell’attico. Man mano che si allontana dalla porta, il sangue di Joao smette di ribellarsi.

Al pianerottolo Renée prova la toppa con una forcina, senza risultato. Marco si abbassa accanto a lei: sa dove mettere le mani, certi ambienti li aveva frequentati, prima. Con la mano buona lavora sulla serratura. Scatta. Entrano.


Ore 22:25 — Il loft

L’aria è fredda, ferrigna, con sotto il dolciastro. Nessuna luce: i lampioni della via tagliano l’open space in fasci obliqui. Un piano solo, alto cinque metri, con un soppalco a metà volume su una scala a chiocciola di ferro. Cucina a vista, un divano sotto un lenzuolo grigio, un tavolo lungo in fondo. Una sola sedia usata di recente, davanti a piatti sporchi e una forchetta piegata storta.

Dal balcone sul retro Syd apre la porta a vetri, ascolta, fa cenno a Joao. Adesso siete dentro tutti e quattro.

Fate il giro. Niente vestiti nell’armadio, niente cibo nei pensili, niente di personale. Ma qualcuno ci sta: la tazza nel lavandino, il materasso con le coperte messe in un certo modo. Non un appartamento, una tana. Chi ci si rifugia entra, mangia, dorme qualche ora, riparte.

Poi, dal soppalco, un rumore. Non un passo, qualcosa di più leggero. Una volta sola. Vi fermate.

Marco sale per primo la chiocciola, Renée dietro. Al primo gradino, quando lei ci mette il peso, nel muro qualcosa scatta. Un tubo mimetizzato tra le tubature del soffitto, un cavo teso legato al gradino: una canna corta improvvisata. Il colpo parte con un botto secco, la vampa piatta nel buio. Renée lo prende di striscio alla spalla sinistra. Ha visto di peggio, ma la Bestia si sveglia di colpo, per il dolore e per l’affronto, e le costa un secondo tenerla giù.

Sopra, adesso, silenzio assoluto. Chi era là non si muove più. Ma era là.


Ore 22:47 — Quattro bestie

In cima alla scala il soppalco è vuoto: solo un materasso disfatto, le coperte ancora scostate, uno straccio dove qualcuno lo teneva. Poi un cigolio in un angolo del pavimento, un cardine che ruota. Una botola incassata nel legno si apre verso il basso. Sotto, un tonfo: un corpo atterra in piedi nel salone, come sanno atterrare quelli che non sono più mortali.

Renée alza gli occhi e vede il buco nel soffitto, mimetizzato tra le travi. La sagoma che ne piomba giù è un uomo che non è più un uomo: placche cornee sulla schiena, unghie nere. Atterra a tre metri da lei e parte.

La prende di petto. Renée, rallentata dalla spalla, non scarta. Le zanne le affondano nel collo, non per uccidere, per tenerla ferma. È esattamente come quella notte.

Marco si getta giù dalla botola; Syd e Joao, già nel salone, gli serrano i fianchi. Fuori, otto piani sotto, la strada si accende di arancione: un botto sordo, poi un altro, i vetri che vibrano. Ma non avete tempo di pensarci. I tre paletti calano insieme, e nessuno entra: la punta d’acacia scivola su qualcosa che sotto la pelle è duro come pietra. Il corpo dell’Animale è impermeabile, la pelle sembra marmo. Marco riprova, più forte. Rimbalza ancora.

Poi, dietro la porta del locale tecnico, un clic secco. Un timer meccanico che rilascia la molla. Un’onda di calore attraversa il loft, e dopo l’onda la fiamma: il propano, poi le taniche di solvente. Luce arancione, fumo denso contro il soffitto.

E l’Animale, nel calore, si stacca. Non per paura, per fame: vuole aria, vuole ricominciare la caccia altrove. Le zanne escono dal collo di Renée con uno strappo, e lei cade in ginocchio, la mano alla gola aperta.

E la scena cambia natura. Non è più la coterie contro l’Animale, non è più il piano di Marilyn. È fuoco, fumo, e la Bestia che in ognuno di voi si è svegliata perché la vostra stessa carne le dice che è ora. Marco ringhia senza accorgersene, le mani ad artiglio, anche quella rotta. Syd si abbassa in una postura di caccia. Joao ha gli occhi bianchi e non respira più come prima. Quattro bestie in una stanza che brucia.

Marco non pensa. Il paletto è caduto, non serve. Prende l’Animale sul fianco e lo trascina nel fuoco, con la presa di uno che non lascia. Renée, agganciata per il colletto, ci finisce dietro: la giacca prende, mezza schiena resta sulla fiamma, e rotola fuori a metà. L’Animale è peggio: la pelle di marmo, che i paletti non avevano bucato, al fuoco resiste meno, e le placche sulla schiena prendono per prime. La sua Bestia decide in un istante: non combatte più, fugge. Si lancia verso le vetrate a strada.

Marco arriva prima, si mette tra lui e la finestra, petto contro petto. Syd approfitta del momento e affonda il paletto di taglio, sotto il braccio, dove la pelle è meno spessa. Entra di due dita. L’Animale sente, per la prima volta. Joao e Renée spingono sull’impugnatura, ma non abbastanza per il cuore. Allora l’Animale calcola: non può togliersi il paletto, ma può levarsi di mezzo l’ostacolo. Si lancia dritto su Marco.

La mano rotta contro il petto non regge l’impatto. I due corpi colpiscono insieme la vetrata, un doppio vetro di sicurezza che non si crepa, cede. Un’esplosione bianca verso l’esterno.

Marco e l’Animale escono insieme, il paletto ancora conficcato. Otto piani.


Ore 23:00 — Strada, davanti al portone

Frida è arrivata da pochi minuti, e la strada la trova già fatta. Contro il muro, sotto un lenzuolo, quel che il fuoco ha lasciato di Marilyn. Poco più in là un secondo mucchio scuro che fino a un’ora fa era Bo. Carlo su un lato con la giacca di pelle aperta, e quello sì è ancora un corpo. Nora è seduta sul gradino del portone, le mani nei capelli, non piange e non parla. I ghoul di Frida chiudono un sacco sopra Carlo e raccolgono la cenere, con la fretta operativa di chi deve chiudere una scena.

Poi il tonfo dall’alto. Frida ha già sentito il vetro cedere otto piani sopra, e fa un cenno. Un ghoul si avvicina ai due corpi, prende il paletto ancora sotto il braccio dell’Animale e lo spinge dritto nel canale già aperto, fino all’impugnatura. Trova il cuore. L’Animale non si muoveva già. Adesso non si muoverà più. Marco no: la caduta lo ha rotto in più punti ma non l’ha finito. Lo caricano piano sull’auto scura di Frida, l’Animale nel furgone chiuso arrivato dopo.

Voi tre scendete le otto rampe più veloci di come le avevate salite. Uscite in strada, tra le chiazze di fuoco greco che non si spegne, il vetro a raggiera, il fucile a canne mozze contro il muro. Sopra la cenere di Marilyn, appoggiati con una certa cura, i suoi abiti, e il cappellino da baseball due passi più in là. Sull’altro mucchio, gli anfibi di Bo. Nora, dietro di voi, guarda quel secondo mucchietto e ha smesso di tenersi i capelli.

Frida vi aspetta in piedi davanti all’auto, cappotto lungo. Accanto a lei un ghoul tiene per un braccio una donna che non avevate mai visto: quarantina, ferita al fianco, lucida. Frida indica col mento Nora, la sconosciuta, il furgone. «Questi tre li prendiamo noi. Dovranno rispondere a un sacco di cose.» Poi verso l’alto, alla vetrata sventrata. «Di chi è sto rifugio? Chi c’è dietro?»

Provate a mettere insieme la piantina, il taccuino, le note su Vasile. È tutto ancora troppo aperto. Frida ascolta due frasi, poi alza una mano. «Ok. Andiamo su. Lo setacciate e mi date risposte. Adesso.» Renée obietta, Marco è ferito. «Marco lo teniamo noi. Sta bene per come stanno le cose. Il resto lo fate.» Fine del dibattito.

Poi si volta verso Nora, e non ha bisogno di ripetere la domanda.

Nora parla piano. «Bo ha ricevuto una telefonata, un paio d’ore fa, numero sconosciuto. Gli hanno detto che qui c’era il rifugio dell’Animale, e che qualcuno stava per prenderlo. Non ha aspettato, non ha nemmeno chiamato Sara. Io l’ho seguito.» Guarda la cenere con i suoi anfibi. «C’era Marilyn, sola. Bo le ha detto che l’Animale era anche affare degli Anarchici, lei che non era serata. Bo è una testa calda. Era. È scattato, Marilyn l’ha buttato a terra in due secondi. L’avrebbe finito.» Si passa una mano sugli occhi. «Io avevo con me una preparazione mia. L’ho lanciata su Marilyn, dove teneva Bo. Ma si è mossa: la bottiglia l’ha presa di striscio, metà è finita su di lei, metà su Bo sotto di lei. Hanno preso fuoco tutti e due.» Un silenzio. «Poi dalla berlina sono scesi in due, un uomo e una donna. L’uomo aveva il fucile. Bo, che bruciava, gli è saltato addosso e l’ha ucciso, ma il fuoco continuava a mangiarlo. La donna sparava a Marilyn, tre o quattro colpi, poi ha smesso perché non serviva più.» Guarda la sconosciuta. «Lei è. La donna della berlina. Sono rimasta solo io in piedi. Poi è arrivata Frida.»

Frida si volta verso la donna. «Tocca a lei.»

La sconosciuta valuta la scena e capisce che mentire non paga. «Olivia Cooper. Ispettore. Vi seguo da un po’, dalla sera del commissariato, per il caso Alan Sellers. Ho registrato le vostre facce, e da lì ho risalito le vostre tracce. Troppe cose che non tornano: i cadaveri, la discoteca, i due morti a Rogoredo. Le vostre facce ricomparivano dappertutto.» Indica il corpo contro il cordolo. «Quello era Carlo. Un civile. Alla discoteca, quella sera, ha perso una persona, una donna, la sua. Da allora voleva trovare chi l’aveva ammazzata. È venuto da me un mese fa. Non l’ho pagato, l’ho usato: aveva contatti che io non avevo.» Guarda Carlo. «Non credeva ai vampiri, prima di stanotte. Ci ha creduto solo quando ha visto quello.» Un cenno alla cenere di Marilyn.

Frida non risponde alla donna. «Basta chiacchiere in strada. Voi tre davanti, noi dietro. Il loft lo setacciate voi. Io guardo.»


Ore 23:40 — Il rifugio

Salite di nuovo, tutti insieme. Il fuoco è quasi spento: le fiamme basse ridotte a brace sotto l’acqua sporca degli sprinkler scattati da soli, il pavimento allagato di pochi centimetri d’acqua nera. Il tavolo della zona pranzo è rimasto intatto. La cucina è distrutta.

«Cercate», dice Frida, contro la parete dell’ingresso. «Io sto qui.»

È Syd a notarlo. Nel muro tra il locale tecnico e la zona living, nel trambusto dello scontro una lastra di cartongesso ha ceduto. Dietro non c’è isolante: c’è un vano ricavato tra due travi. Dentro, delle cartelle. Sette o otto. Un mazzo di chiavi, un tesserino. Renée si abbassa e comincia a tirare fuori, appoggiando tutto sul tavolo che il fuoco ha risparmiato. Frida si avvicina di due passi ma non tocca. Guarda leggere.

Il pezzo si compone da sé. Fascicoli giornalistici firmati Alessandro Rovelli, tra il 2002 e il 2004, sulla rete d’appalti Malacrida che alimenta Robert Vasile: l’ultimo è del 14 marzo 2004, la stessa notte in cui Alan Sellers è scomparso. Un contratto di locazione del loft, un attestato di stage del 2005, una polaroid di redazione con la faccia giovane di Alan e una sigla a matita, A.R., due tesserini stampa. Una mappa di Milano con la discoteca cerchiata tre volte e la zona ovest segnata «vuoto post-Alan», una freccia verso Vasile. Un dossier su Vasile, un dossier sulla Chiesa di Caino. E un foglio schematico, dieci righe nella seconda calligrafia: Ovest, vuoto. Vasile occupa. Camarilla non reagisce. Innesco: Alan visibile.

Alessandro Rovelli è Alan Sellers. Il grafico dello Studio Bonomi era la copertura di un giornalista d’inchiesta che indagava su Vasile, fino alla sera della discoteca. La Camarilla lo ha Abbracciato per zittirlo, e Alan-Fratello ha continuato a scrivere sotto il vecchio nome, tenendo accanto a sé per nove anni una stagista che aveva reso ghoul. La stagista si chiamava Tina Augustina Brambilla. Cioè Augustina Brambilla: la firma sulla scheda che avete recuperato nel box, la giornalista che Marco conosce dai tempi del liceo e con cui ha ripreso i rapporti da qualche notte.

Su quattro documenti diversi, lo stesso nome. Frida li allinea in fila, senza dire niente.

Renée guarda Vasile scritto ovunque. «Ha comprato il locale nel 2013. La zona ovest è sua. Le indagini le teneva sepolte Caruso, l’uomo di Alan. E Alan era solo un ingranaggio. Tutto porta a lui.» Syd tocca la mappa. «Il locale era il punto scelto perché era il più esplosivo: l’attacco dell’Animale ha portato tutte le fazioni a scontrarsi lì.» Joao guarda il foglio a dieci righe. «Ma il piano non l’ha scritto Vasile. Quella è la stessa mano che ha firmato lo stage nel 2005. È lei. Vasile è la faccia. Lei è dietro.»

Frida non conferma, non nega. «Continuate.»

«Se è dietro tutto, perché stanotte non c’era?», dice Joao. «Perché non le serve più», risponde Renée. «La Camarilla ha perso credibilità dalla discoteca, gli Anarchici hanno perso Bo, la Chiesa ha perso Marilyn. Il caos che voleva, l’ha avuto. Ora può andarsene. E l’Animale, la sua leva, gliel’abbiamo tolto noi.» Syd annuisce. «Nove anni dentro la Camarilla, accanto ad Alan, con contatti in commissariato. Vasile sa quello che ha comprato. Ma chi c’è dietro sa cose che i soldi non comprano. E sotto quello schema lucido c’è vendetta: ha lasciato che l’Animale, il suo Alan, colpisse. Non lo ha fermato.»

Frida va alla finestra sventrata, guarda fuori, poi si volta. «Vasile lo lasciamo dove sta. Con roba scritta a mano in un loft bruciato non muovo niente contro uno come lui. Un Fratello che rivendica quella zona adesso cadrebbe in tre notti, non perché lui sia forte, ma perché nessuno vuole scoprire il vuoto. È quello che dice quel foglio.» Una pausa. «Lei», e non pronuncia il nome, «è un’altra questione. Se è ancora a Milano la troviamo. Ma sarà lunga: gente così si trova quando decide lei di farsi trovare. E il vostro contatto, uno di voi ce l’ha, entro domani sarà scollegato. Se non lo è già.»

Dal pianerottolo un ghoul chiama piano: i pompieri stanno arrivando. «Prendete quello che vi serve. Il resto lo brucio.» Renée sceglie: il foglio schematico, i tesserini, il dossier di Vasile, la mappa. Joao li mette nella borsa a tracolla. Frida rovescia sul tavolo il fondo di una tanica di solvente e ci avvicina un accendino. Il tavolo prende fuoco piano.

Giù in strada, prima di ripartire, Renée si avvicina al vetro dell’auto scura. Dal sedile posteriore arriva la voce di Marco, debole ma nitida. «Frida. Noi allora siamo a posto, vero?» Frida mette una mano sulla portiera, senza chinarsi. «Sì. Siamo a posto.» Il mento si sposta verso i tre in custodia. «Ho già delle teste.» Chiude la portiera piano, e l’auto parte verso la tangenziale.

Voi tre restate sotto il lampione, le sirene a un isolato, le domande in tasca. Nessuna ha risposta stanotte. Vi allontanate a piedi, prima che le luci blu svoltino l’angolo.