bassifondi-scarlatti

Quella religione dei tempi andati

C'è chi pensa che ogni Fratello caduto sia una perdita. E c'è chi pensa che sia una risorsa da restituire alla comunità.
— Marilyn Haig

Milano Storia 6 4 luglio 2026

La stessa notte, ancora — Corvetto, San Gennaro

La donna sulla porta non chiede chi siete.

Vi guarda uno per uno, si prende il suo tempo. Il cappellino da baseball tirato basso sugli occhi, la mano tenuta fuori dalle tasche. Non è amichevole, non è ostile. È precisa. Sta valutando cosa siete e cosa non siete.

Quando ha finito, alza il mento e vi fa cenno di seguirla.

L’ingresso principale della chiesa lo lasciate lì. Girate l’angolo, passate accanto a un cassonetto vecchio, arrivate davanti alla porta di una cantina. Apre con una chiave, si scansa, aspetta che entriate.

Vi fa entrare come chi fa entrare chi è già stato dentro altre volte. Nessuna ospitalità, nessun benvenuto. Chiude la porta dopo di voi e vi indica una seconda porta in fondo a un breve corridoio.

Di là non c’è più la cantina.


Ore 04:15 — Cripta di San Gennaro

Le volte sono basse, in mattoni chiari. La pietra dei muri annerita dall’umidità di trent’anni. È una cappelletta sotterranea, poco più di una stanza: quattro panche piccole di legno chiaro, un altare improvvisato con un panno bianco, una croce di ferro. Al centro, un tavolo, alcune sedie di plastica.

Vi presenta un nome, ma non è quello che vi importa. Vi importa che è il primo Fratello della Chiesa di Caino che vedete da vicino, e che si muove come chi non ha bisogno di dirvi chi è.

Vi siete seduti. Marco resta un attimo in piedi, poi si siede anche lui.

Marilyn — è così che si chiama — vi fa domande brevi. Chi siete, cosa cercate. Voi rispondete piano, per prova. Poi comincia a parlare lei.

Parla della Chiesa di Caino come si parla di casa propria. Non è una setta, dice. Non hanno un Principe, non hanno un Barone. Hanno una fede. Che Caino esista. Che sia padre di tutti loro. Che la maledizione della Bestia non sia una condanna ma una benedizione. La Bestia non si sconfigge — si tiene a distanza. Con il rito, con la memoria, con la comunità.

Lo dice con la certezza di chi non ha mai dubitato. Come chi ha trovato l’unica verità che conta e non cerca più altro.

Poi passa alle altre due fazioni.

La Camarilla, dice, pensa che il segreto sia la sopravvivenza. Prendono la Masquerade come un fine anziché un mezzo. Difendono i loro come si difende un patrimonio immobiliare — con contratti, con tradizioni, con sceriffi. Lo dice senza disprezzo. Precisa che anche lei ha un compito Camarilla in questa città: si occupa della Masquerade dal lato duro, quello che nessuno vede finché non serve. Ma alla Camarilla manca la teologia. Un Fratello Camarilla è uno che sa nascondersi, non uno che sa cosa è diventato.

Gli Anarchici li liquida in meno parole. Hanno buttato via le tradizioni per protesta e adesso non hanno né dottrina né gerarchia. Ogni banda decide per sé: se un cane sciolto fa danni, lo si copre e nessuno può dire che ha sbagliato. Ecco cosa succede, dice, quando non c’è un metro.

Chiude con una frase buttata come si butta un piatto sporco nell’acquaio: «C’è chi pensa che ogni Fratello caduto sia una perdita. E c’è chi pensa che sia una risorsa da restituire alla comunità.»

Non spiega. Passa oltre.

È a quel punto che uno di voi le chiede se possa dare una mano. Con l’Animale.

Marilyn non risponde subito. Piega la testa di lato.

«Vi conoscevo già. Vi ho visti nei video di quella notte del Plastic. Siete voi.»

Lo dice senza giudizio. Poi aggiunge, sempre con la stessa voce: «Se Frida ordina l’esecuzione, sono io a farlo. È il mio compito.»

Nessuno dice niente.

È in quel silenzio che una porta laterale si apre. Entra un altro Fratello — un Brujah dai capelli ramati, in tuta grigia. Vi saluta uno per uno, bonario, come se nella stanza non ci fosse nessuna tensione da tagliare col coltello. Arrivato a Marco, alza il pugno chiuso all’altezza del petto; Marco lo incontra col suo, un tocco secco. Rui, lo nomina Marilyn: il portinaio della congregazione. Poi lui si siede poco distante e ascolta, senza darci troppo peso.

«Detto questo. Sì. Vi do una mano. C’è un self-storage a Rogoredo. Abbiamo rintracciato il box dell’Animale. Andiamo a perquisirlo. Informazioni, tracce, tutto quello che ci ha lasciato. Quattro paia di occhi in più serviranno.»


Ore 04:45 — La cappelletta

Prima di partire, arriva il sacerdote.

Entra da una porta laterale, veste scura, aria cerimoniosa. Alcuni membri della congregazione si erano radunati senza che ve ne accorgeste — sedie e panche in ordine, teste chinate. Marilyn si accosta a una panca. Vi indica di sedervi anche voi.

Tra i presenti c’è anche Rui. Il tipo sbrigativo che poco prima vi aveva salutati adesso siede composto e serio, coinvolto come non era parso fino a quel momento.

Il sacerdote comincia a leggere. Ha una voce piena, il ritmo lento di chi legge davvero. Il libro è aperto su una pagina che di lì non riuscite a vedere.

«E disse Caino al suo discepolo: “Non temere la mia ombra, né il morso, né il sangue che ti ho dato a bere. La paura è la lama che il Demonio forgia nella tua stessa carne. Disarmala, fratello, e sarai libero.” E il discepolo non comprese. Ed Egli sorrise come si sorride a chi è ancora vivo nella morte.»

Non si ferma lì. Volta pagina, attacca un altro passo, poi un altro ancora. La voce non si alza mai — un basso continuo che riempie la cappelletta senza chiedere niente a nessuno. La funzione va avanti, e voi vi guardate intorno.

Non c’è omelia, non c’è commento: la lettura vale per quello che è. Un accolito, due panche più in là, ripete piano — quasi a memoria, per sé — le frasi che tornano. La congregazione segue con gesti minimi, mani sul grembo, teste che si abbassano appena: la compostezza di chi quel testo lo maneggia come uno strumento di lavoro.

Renée, seduta di fianco, sente qualcosa che in una chiesa cristiana non aveva mai provato. Qui la fame non è una bestia. È forma. È lavoro.

È mentre la voce del sacerdote continua a scorrere che Syd nota qualcosa. Oltre una porta laterale rimasta aperta, dove il corridoio si perde nel buio, in un angolo cieco alla luce delle plafoniere, qualcosa si muove. Solo lui lo vede.

Una figura, un lampo. Un Nosferatu che la deformità non la nasconde nemmeno — il cappuccio tirato su sopra la testa, la schiena curva sotto il tessuto. Gli occhi neri fino in fondo, senza bianco. La stessa faccia che era comparsa dietro Sara al Casoretto, la sera prima. La stessa che era rimasta ferma nell’ombra a guardarlo per un minuto intero.

Non parla. Alza le mani a mezz’aria e comincia a segnare. Segni brevi, rapidi. Dita che si toccano, palmi che si aprono. La lingua italiana dei segni, quella dei sordi.

Syd non la conosce.

La figura fa i segni lo stesso, con la pazienza di chi sa che lo capirà chi lo dovrà capire — e non è lui, adesso. Poi si stacca dal muro, si volta, sparisce nel buio del corridoio come se ci fosse sempre stata.

Sotto la voce del sacerdote, che non si è mai interrotta, Syd si volta verso Renée. Le rifà i segni, meglio che può, uno per volta.

Renée li guarda. Ci mette un secondo — l’italiano dei segni non è la sua lingua di studio, ma qualcosa lo ha visto, in qualche corso, in qualche libro. Ne riconosce due, tre.

«Fratello di sangue. Guai.»

Syd non commenta. Renée neanche.

Poi il sacerdote chiude il libro. La funzione è finita, e Marilyn è già in piedi vicino alla porta che vi aspetta. Non c’è tempo di aggiungere altro.


Ore 05:15 — Verso Rogoredo

Marilyn ha un’auto. Un’utilitaria vecchia, cinque posti stretti, quel tipo di macchina che un ghoul poteva averle lasciato in eredità. Guida lei.

Il tragitto è breve. Corvetto, Rogoredo, dieci minuti di viale industriale. Lampioni gialli, cantieri chiusi, cartelli con le insegne dei self-storage.

Parcheggia una via prima dell’obiettivo. Non spiega. Lo capite.

Scendete a piedi. Il capannone è visibile in fondo — cubo bianco con un’insegna al neon che dice il nome dell’azienda e H24 sotto, in caratteri più piccoli.

Davanti all’ingresso, una guardiola. Due sagome dentro, illuminate dalla luce fredda dei monitor.

Marilyn si ferma a qualche metro. Vi guarda.

«Li elimino, così non ci disturberanno.»

Non è una proposta. Lo dice come si schiacciano due mosche. Nessuna urgenza, nessuna soddisfazione, nessuna esitazione.

Qualcosa in voi si irrigidisce. La naturalezza con cui parla di togliere di mezzo due mortali vi lascia straniti. Provate a proporre un’altra strada — con le buone, senza cadaveri — e lasciate che a farsi avanti sia chi sa parlare alle persone.

Renée prova la sua carta — la stessa che le ha aperto porte per settimane. Fa un passo avanti, gli occhi bassi, la voce piccola. La ragazza smarrita che ha bisogno di una mano. Le è sempre riuscita.

Stanotte non le riesce.

Marilyn non si muove. Nel suo sguardo non c’è giudizio. La guarda come si guarda qualcuno che chiede permesso alle formiche per passare.

Ma non tutti aspettano che decida lei.

Syd si muove. Un passo alla volta, lungo il lato cieco della guardiola, dove la luce dei monitor non arriva. E mentre si muove smette di essere qualcosa che l’occhio trattiene: lo sguardo gli scivola sopra come acqua sul vetro, senza agganciarsi a niente. Si infila nella guardiola alle spalle dei due. Nessuno si volta. Raggiunge la porta che dà sull’interno e ci sguscia attraverso senza un suono.

È dall’altra parte un soffio prima che Marilyn agisca.

I due uomini si alzano insieme.

Uno si porta le mani al collo. Poi l’altro. Come se qualcuno, dentro di loro, li stringesse — ma da dentro, non da fuori. La bocca aperta, gli occhi sgranati. Uno prova a uscire dalla guardiola, fa due passi, batte contro il vetro, torna indietro, si mette a correre in cerchio dentro quello spazio piccolo. L’altro si aggrappa alla scrivania, rovescia una tazza, un fascicolo, il monitor di uno dei circuiti.

Marilyn non si muove. Guarda.

Uno cade prima. L’altro un secondo dopo. Restano fermi in due posizioni che non sono posizioni umane.

Marilyn si volta verso di voi. Ha ancora la stessa faccia di prima.

«Via libera,» dice, con la calma di chi ha semplicemente aperto una porta.

Nessuno guarda i corpi. Nessuno guarda lei.

Vi muovete verso l’ingresso.


Ore 05:30 — Piano superiore

Syd vi aspetta già oltre la guardiola. Marilyn non si abbassa sui corpi: li scavalca e basta.

Salite. Scala di cemento, luce al neon, corridoio identico piano dopo piano. Silenzio industriale. Il ronzio del neon è tutto quello che sentite.

Al terzo — o al quarto, avete perso il conto — c’è il corridoio giusto. Girate l’angolo.

All’altezza del box che state cercando, davanti alla saracinesca metallica, c’è una figura piegata su un flessibile a batteria. Corporatura snella, giubbotto scuro, un berretto tirato basso. Il flessibile sta finendo di tagliare l’ultimo tratto di lucchetto. Il rumore è basso ma continuo — non vi ha sentiti arrivare.

Vi vede quando alza la testa.

Marilyn non aspetta. Si muove.

E Syd si muove con lei.

Scattano insieme sulla figura. Syd colpisce per metterla giù — colpi secchi, calcolati, di quelli che stordiscono e basta. Marilyn no: Marilyn colpisce per fare male. La figura non ha il tempo di difendersi. Incassa, barcolla, finisce in ginocchio contro la saracinesca.

Renée si muove anche lei — ma non nella direzione giusta, e non è più lei a decidere. Qualcosa dentro le cede di colpo. Il tremore che sale, la bocca che si spalanca troppo, gli occhi che diventano gli occhi che non sono i suoi. La Bestia prende il sopravvento: netta, cieca, la scaglia in avanti in un movimento che con Renée non ha più niente a che fare. Un secondo, forse due, e poi la molla di nuovo — ma tanto basta.

Non l’ha vista nessuno tranne la telecamera del corridoio.


Ore 05:40 — Al box

La figura è una donna. Pelle scura, snella. E non è mortale.

Lo capite dai colpi. Quelli che ha incassato avrebbero spezzato in due un uomo, o lasciato chiunque in coma sul pavimento. Lei ha solo qualche graffio. Non è un corpo umano, il suo.

Una Sorella, quindi. Ma cosa sia davvero, sotto quella resistenza, non riuscite a dirlo.

È in ginocchio, la faccia coperta dalle braccia. Ma Marilyn non si ferma. Continua a colpirla. Con le mani, stavolta — quei due li ha uccisi senza toccarli. Un pugno, un secondo pugno, un terzo. La donna non reagisce: incassa, si copre, cerca solo di ripararsi.

È qui che interviene Syd.

Prima con le parole. Le dice di fermarsi — la donna è a terra, non si difende, così non serve a niente. Voce bassa, ferma, quella di chi prova a parlare alla ragione prima che alla forza.

Marilyn non si ferma.

Allora Syd la placca. La forza che ha nel corpo Nosferatu esce tutta in un movimento solo: le blocca le braccia, la strappa via dalla donna, la tiene. Corpo contro corpo, per un secondo, ed è lui a reggere.

Marilyn si ferma.

Non si scusa. Non dà spiegazioni. Fa un passo indietro. Vi guarda con gli stessi occhi con cui vi guardava sulla porta della canonica, poche ore fa. E aspetta.

La donna al box alza la testa. Ha un labbro spaccato. Vi guarda. Vi ringrazia con un cenno.

Le fate domande.


Ore 05:50 — L’interrogatorio

Si chiama Carol. Dice così, senza altro.

Autarchica, dice. Non appartiene a nessuna delle tre fazioni della città. Vive a Milano da anni, si muove in solitudine, si arrangia.

È venuta qui per l’Animale.

Ha letto sui giornali le notizie di quello che stava succedendo — le sparizioni, i morti, la faccia sfigurata che passava ai telegiornali, quella che qualcuno in redazione aveva collegato ad altri incidenti simili di altre città. Era una notizia interessante, per lei. La sua vocazione — usa proprio questa parola — la porta a occuparsi dei Fratelli caduti. Aveva cominciato a indagare. Aveva risalito, un pezzo dopo l’altro, fino ad Alan Sellers. Fino a questo box.

«Volevo aiutarlo,» dice.

Voi la guardate. Ci mettete tutti e quattro un attimo — Renée l’occhio Malkavian, Joao l’orecchio Toreador che riconosce le sfumature del tono, Syd il fiuto Nosferatu che sente il marcio, Marco il silenzio Brujah che pesa le cose senza dirle — e provate a vedere se sta mentendo.

Non sta mentendo.

Uno di voi le chiede una cosa che nessuno di voi le aveva mai fatto. Se sia davvero possibile.

Tutti gli altri, dalla convocazione di Frida in poi, hanno detto la stessa cosa. L’Animale è perduto. Non si torna indietro. La Bestia che si è presa un Fratello se lo è preso per sempre.

Carol ci pensa un secondo. Poi dice, con la calma di chi lo dice perché ci crede, non perché sta cercando di convincere:

«La speranza c’è sempre.»

Nemmeno adesso sta mentendo. Non promette di riuscire. Non spiega come. Dice solo quella frase e vi guarda in faccia mentre la dice. La verifica scivola addosso alla frase e non trova niente da smontare.

Voi restate zitti.

Marilyn — appoggiata a una parete, un metro dietro Carol — non commenta. Se ha qualcosa da obiettare, non lo dice. Sta pensando ad altro.


Ore 06:00 — La visione

Mentre siete ancora davanti a Carol, Renée sente il pavimento smettere di stare sotto i suoi piedi.

Un secondo. Poi è altrove.

Sta davanti al capannone. È fuori. Sta guardando l’orologio al polso — lo stesso istante che state vivendo dentro. Alza gli occhi. La guardiola è lì, i due corpi ancora dove sono caduti, immobili contro il vetro.

Al suo fianco c’è un uomo. Magro, tatuaggi al collo che spuntano dal colletto della giacca, occhio duro. Ha in mano un fucile — corto, a canne mozze, di quelli che stanno sotto una giacca. Le fa un cenno del mento verso l’ingresso.

Lei — o meglio, chi lei è in questo istante — annuisce.

Ma prima di salire, entra nella guardiola. Scavalca uno dei corpi. Va al quadro elettrico dietro la scrivania. Apre lo sportello. Abbassa la leva generale.

Il buio, per un istante, sarà anche il suo.

Poi comincia a salire le scale.

Renée torna in sé.

Non sa quanto tempo è passato — un secondo, due, tre. Guarda gli altri e dice, veloce: «Cacciatori. Stanno salendo. Sono già dentro. Hanno tolto la corrente.»

Il ronzio del neon nel corridoio si spegne.

Il corridoio piomba in un buio parziale — solo una luce di emergenza gialla, bassa, in una plafoniera al fondo. Le telecamere del circuito smettono di lampeggiare.

Marco è già davanti alla saracinesca del box.


Ore 06:03 — La porta

Nessuno gli dice di farlo.

Marco piega le ginocchia, afferra il bordo inferiore della saracinesca, tira.

La saracinesca resiste. Il lucchetto residuo tiene. Marco tira più forte.

Qualcosa nella sua mano cede — un dito, forse due — con un rumore secco. Poi cede il metallo. La saracinesca si strappa dalla guida con uno stridio che dura un attimo troppo lungo. Marco la solleva con una mano sola, la sua mano buona, il gomito piegato in una posizione che a un mortale sarebbe costata l’articolazione intera.

La telecamera del corridoio non è più accesa. Ma Carol lo ha visto. Marilyn lo ha visto. Anche se il video non c’è più, l’atto è stato compiuto. La terza volta, in una notte, che il corpo di Marco ha smesso di sembrare umano.

Marco non si lamenta. Si mette la mano rotta contro il petto ed entra nel box.

Voi lo seguite.


Ore 06:04 — Il box aperto

Non c’è tempo per capire cosa avete davanti.

Scaffali metallici, faldoni cartacei, un materasso arrotolato in un angolo. Sopra un tavolo pieghevole, oggetti sparsi. Un rasoio. Un vecchio orologio. Un mazzo di chiavi con una targhetta in ottone consumata. Un blocco note tascabile, di quelli che i giornalisti tenevano in tasca fino agli anni Duemila. Sotto il blocco note, un dossier di qualche foglio piegato in mezzo. Sotto ancora, una piantina piegata in quattro con dei segni a matita in un angolo.

Uno di voi raccoglie tutto in un movimento solo. Non c’è tempo per leggere. La piantina finisce in una tasca. Il blocco note in un’altra. Il dossier finisce nella terza — nessuno lo apre, nessuno vede la firma.

I passi sulle scale sono ancora lontani, ma non abbastanza.

Vi aspettate che faccia come con le guardie — che li spazzi via, che li aspetti in cima alle scale e li finisca senza pensarci. Invece Marilyn si volta verso di voi. La sua voce è ferma, bassa, e non è la voce di chi propone.

«Per stanotte abbiamo violato abbastanza la Masquerade. Abbiamo quello per cui siamo venuti. Andiamo.»


Ore 06:05 — Il lampo

Vi voltate per andare. Marilyn davanti, poi voi, Carol un passo dietro di Syd.

Qualcosa rotola verso di voi lungo il corridoio.

È un cilindro metallico che si ferma a un metro dai vostri piedi.

Marilyn lo vede un secondo dopo di voi. Non ha il tempo di dire niente.

Il lampo vi lascia ciechi. Il rumore è un rumore che dura più del rumore stesso — una vibrazione nelle orecchie che continua anche dopo che il rumore è finito. Restate in piedi. Perdete gli occhi. Il corridoio, il box, Carol, Marilyn: tutto è bianco.

E nel silenzio bianco, sentite una voce.

Femminile, professionale, ferma. Distante di qualche metro. Sta parlando a una radio.

«Tentata effrazione in corso al self-storage di via Toffetti. Richiedo intervento immediato.»

Poi il gracchio della radio. Poi il silenzio del corridoio.

Non parte nessuno sparo. I passi si fermano. Chi ha lanciato la granata non sta caricando — sta aspettando. Vi vuole ciechi, vi vuole immobili. Sta aspettando che arrivi la volante.


Ore 06:07 — Fuga cieca

Marilyn si muove per prima. Sente lo spazio meglio di voi — un istinto che non è naturale, o forse solo il vecchio mestiere. Vi prende per un braccio uno per volta. Vi indica una direzione. Vi trascinate dietro di lei.

Carol viene con voi. Nessuno ha discusso il suo posto nel gruppo. È accecata come voi, si tiene alla parete, si tiene alla spalla di Syd.

Scendete. Non dalla scala principale — Marilyn vi porta lungo un corridoio laterale, poi una scala di servizio, poi una porta antipanico che si apre sul retro del capannone. L’aria fredda del mattino vi colpisce la faccia. È il primo segnale che siete usciti.

Correte. Vedete a chiazze. La strada dietro il capannone, un altro parcheggio, un cancello che scavalcate come si scavalca uno steccato.

Vi rendete conto solo dopo — molti minuti dopo, in un’altra via — che Carol non è più con voi.

Non l’ha vista nessuno andarsene. Nessuno l’ha fermata. Nessuno ha detto ad alta voce che se n’era andata. Quando la vista è tornata, non era più lì.

Adesso non c’è tempo per cercarla.


Ore 06:45 — San Gennaro

Marilyn vi riporta a San Gennaro. Il tragitto lo fate a piedi: l’auto è rimasta vicino al capannone, e con la volante in arrivo tornare a prenderla è escluso. L’ha lasciata perdere, ha detto che qualcuno la recupererà.

Il cielo sopra Milano comincia a diventare quella cosa opaca che è il grigio prima del blu prima del giorno. Non avete molto tempo.

Marilyn vi rifà entrare dalla porta di servizio. Vi accompagna in cripta. Vi dice, senza guardarvi:

«Restate qui per l’alba. Domani notte andate al rifugio.»

Poi si toglie il cappellino da baseball, per la prima volta da quando l’avete conosciuta. Si passa una mano nei capelli. Non è una gentilezza. È il giorno che si avvicina, e comincia a intorpidirla.

Posa sul tavolo dei thermos. «Se avete bisogno di nutrirvi prima di dormire.» Dentro non è caffè: il colore è più scuro, quasi nero.

Sparisce dietro una porta.

Restate voi quattro. In tasca avete una mappa piegata in quattro, un blocco note che nessuno ha ancora aperto, un dossier di qualche foglio che nessuno ha voglia di leggere adesso.

Marco si siede su una panca. Si tiene la mano che non torna. Non dice niente.

Renée resta in piedi.


Ore 06:55 — SMS

Il primo telefono a vibrare è quello di Renée.

Un messaggio da Frida. Poche parole.

«Piccola, il vaso trabocca. Datemi qualcosa, o la prossima notte non la superate.»

Renée lo legge. Lo rilegge. Poi risponde.

Digita piano, poche parole. Le dice che una pista ce l’hanno. Chiede tempo.

Aspetta. Il telefono resta silenzioso per un minuto. Poi vibra di nuovo.

«O mi date una testa, o prendiamo le vostre.»

Renée resta con il telefono in mano. Poi lo posa.

Il secondo telefono a vibrare è quello di Joao. Numero sconosciuto.

«Incontriamoci domani notte. Solo tu.» Una via, un’ora. Nient’altro.

Nessuna firma, nessun contesto. Joao lo guarda. Lo tiene per sé.

Domani notte andrete al rifugio di Alan. Prima, o dopo, dovrete portare a Frida qualcosa che si possa chiamare una testa. Prima, o dopo, Joao dovrà decidere se andare all’appuntamento con lo sconosciuto.

Vi coricate nelle brande della cripta. Marilyn non si è vista più.

Fuori, Milano si sveglia.