La notte successiva — Milano Est, rifugi
La confessione di Kieran non se ne va. La luce bassa dell’archivio, la mascella che a guardarla in faccia non sta dove dovrebbe, la lettera che Marco si è messo in tasca senza commentare.
Fuori la città non aspetta. Expo è alle porte, i cantieri non si fermano. Da Frida, dopo quel tic tac di ieri notte, più niente.
Stanotte tocca a Bo. Nora ha organizzato l’incontro — un centro sociale nella zona accanto, poco distante.
Ma è ancora presto. Renée raggiunge la sorella in negozio.
Ore 20:30 — Milano Est, erboristeria
La sorella ha la faccia delle brutte giornate. Stamattina ha alzato la saracinesca e sulla soglia c’era un pacco. Carta da pacchi marrone, scotch tirato preciso, niente etichetta, niente mittente. Poco più grande di un palmo. Qualcuno ce lo ha lasciato nella notte.
Lo ha portato dentro e ha aspettato che scendesse il buio. Adesso tiene in mano una tazza che doveva essere camomilla e non lo è più da un pezzo.
Non le piace niente di tutto questo. Non la vita nuova di Renée, non i tre che si servono dell’erboristeria come base. E dopo la giornalista che giornalista non era, ci mancava giusto questo.
Guarda la scatola come si guarda una cosa che potrebbe mordere. «Spero non ci sia dentro l’orecchio mozzato di qualcuno.»
Renée non risponde. Tocca la scatola.
La luce nella stanza non cambia, ma qualcosa si sposta. Un secondo dopo è altrove.
Una stanza in alto. Vetrata che dà sulla città, di notte. Il riflesso nel vetro non si fissa — qualcuno c’è, ma il fuoco non arriva mai. Si volta. Davanti a lei un uomo in piedi, con la scatola in mano. Ha l’aria del tirapiedi di qualcuno. Sta parlando, ma le parole non arrivano. Da qualche parte, fra la voce di lui e il pavimento, c’è un vuoto.
La mano che fa cenno di proseguire non è la sua. È quella di chi lei è in quell’istante. Una mano che non si alza dal bracciolo. Il tirapiedi annuisce. Esce dalla stanza con la scatola sotto il braccio.

Poi è di nuovo lì. Le dita ancora sulla scatola, ancora chiusa. La sorella che la guarda. La camomilla fredda.
La solleva — pesa poco, niente di solido — e la apre.
Dentro la scatola, un telefono. Modello vecchio, da lavoro — solo chiamate, niente foto, niente app. Lo sblocca, e la chat è già aperta: l’ultimo messaggio di un certo «Bo».
Sotto, una polaroid. Sgualcita. Bordo bianco ingiallito. Due ragazzi al banco di un locale. Uno alza il bicchiere. L’altro ride con la testa girata. Sul retro, in penna nera:
Primavera 2010. Io e Al. Stava bene allora. B.
Renée la mette giù piano. La sorella la guarda fare, e non chiede niente. Non chiede mai — certe risposte, ha imparato, è meglio non averle.
Ore 21:30 — Erboristeria, retrobottega
Quando arrivano gli altri, la sorella sale di sopra, borbottando, preoccupata.
Vi mettete intorno al bancone. Il telefono in mezzo, la polaroid accanto. Renée racconta la visione con frasi corte, come a non farla diventare più grossa di quello che è.
Il telefono è di quelli a uso aziendale — chiamate, sms, niente altro. Niente foto significa che chi l’aveva non aveva bisogno di una memoria visiva. Era uno strumento, non un oggetto personale.
Si scorrono le chat. Nelle ultime, qualcuno si rivolge al proprietario chiamandolo Al. Una conferma. Era il telefono di Alan Sellers.
In rubrica non c’è quasi nulla. Ma fra i numeri non salvati ce n’è uno che torna spesso. Decine di chiamate in entrata e in uscita, distribuite negli ultimi mesi. Sempre lo stesso. Nessun nome, nessuna iniziale.
Marco dice quello che pensa: qualcuno ci sta manovrando. Renée dice il contrario: qualcuno ci sta aiutando.
Syd non commenta. Joao guarda la polaroid. Due ragazzi che ridono. Uno dei due ha qualcosa nei tratti — la mandibola, lo zigomo — che ricorda da lontano l’Animale nei video della discoteca. Alan, prima. L’altro è una faccia che non avete mai visto. La firma sul retro lo chiama Bo. Lo stesso che vi aspetta a Casoretto fra mezz’ora?
Arriva Nora. È ora. Uscite con lei, verso il centro sociale.
Ore 22:00 — Casoretto, il campetto
Il centro sociale di sopra è ancora aperto — luce gialla dietro una vetrata che dà sulla via. Ma Nora non fa per entrare: vi porta sul retro, al campetto di basket, illuminato da due lampioni che fanno solo metà del lavoro.
Mentre vi avvicinate, due tizi giocano a basket, uno contro uno. La partita finisce lì: si battono il pugno, uno recupera la felpa e sparisce verso la via. Resta il rasato, fermo a guardarvi arrivare.
Pelle ambrata, testa rasata di fresco, giubbotto di pelle che non gli sta perfettamente. La faccia della polaroid, cinque anni dopo. Non vi viene incontro: resta dov’è, la palla che gli batte piano sull’asfalto.

Appena vi avvicinate, Nora gli dice che siete amici.
Bo non fa convenevoli. Per tutta risposta solleva la palla. «Chi se la sente?» Uno contro uno.
Si fa avanti Marco. La partita è corta — pochi possessi, niente spettacolo — e la vince lui.
Poi tocca a Renée. Non ha il fisico, e non le serve: è sempre un passo avanti, dove Bo non ha ancora deciso di andare. Vince anche lei.
Bo non se la prende. Raccoglie la palla e vi guarda in un modo diverso da prima. È rispetto, a modo suo.
«Avete sete?» dice. «Andiamo a caccia, conosciamoci.»
Caccia vuol dire altrove. Bo non spiega dove — incrocia gli occhi di Marco per un secondo, decide che basta così, si gira e parte verso la via. Nora lo segue. Anche voi, perché non c’è altra scelta che seguirlo se volete sentire quello che ha da dire.
Ore 22:15 — Verso ovest
Bo cammina spedito. Mentre cammina parla, e parla in quel modo anarchico che gli sta venendo bene perché ci ha lavorato sopra. Niente padroni. Niente principi. La libertà di scegliere chi essere e dove cacciare. Le promesse del Movimento, ripetute con la sicurezza di chi le sta ancora ripetendo a sé stesso.
Vi accorgete a metà strada che la zona non è più sua.
Non è una cosa che vedrebbe chi era vivo. Sono murales che a un occhio normale sembrano graffiti, scritte sui muri che sembrano nomi di ragazzi che non torneranno mai. Ma sopra — sopra, dentro, accanto — c’è un altro strato. Sigle ripetute con una regolarità che non è casuale. Simboli che si rincorrono ogni due isolati. Marcatori di territorio. Lo stesso muro che di giorno sembra solo sporco, di notte si organizza come una mappa.
State entrando in zona Camarilla. Bo lo sa. Vi ha portati lì apposta.
Ore 22:30 — Buenos Aires, vie secondarie
Non è un quartiere qualunque. Locali eleganti ancora aperti, dehors ripiegati per il freddo, gente che esce dalle cene. La via che Bo sceglie è secondaria — un vicolo che taglia fra Buenos Aires e il vecchio Caiazzo, di quelli che la gente attraversa senza guardarsi indietro.
Bo caccia bene. Salta su un cassonetto, sparisce, riappare con qualcuno per il bavero. Bevuta veloce, professionale. Lascia andare il corpo prima che diventi un problema.
A Marco va peggio.
Non è che la Fame sale, è che la Bestia trova un pretesto. Un uomo solo, mezzo ubriaco, troppo lento. Quattro secondi e Marco è sopra di lui. Quello che doveva essere un morso pulito diventa un’aggressione visibile. Sangue sul marciapiede, urla che rimbalzano contro i muri. Uno che esce dal locale dall’altra parte della via vede tutto. Per pochi secondi, ma vede.
Non succede niente. Nessuna sirena, nessuno che corre. L’uomo guarda ancora un istante, poi rientra. Ma ha visto. E le cose viste, in questa città, prima o poi qualcuno le conta.
Bo non commenta. Forse perché non se ne accorge davvero, forse perché non è il tipo. Marco si rialza con le mani sporche.
Per voi è abbastanza. La caccia è finita. Volete risposte da Bo, non un altro corpo per strada.
Tirate fuori il telefono di Alan. Lo mettete davanti a Bo.
«Spiega.»
Ore 23:00 — Casoretto, ritorno
Tornate al campetto. Le saracinesche del centro sociale adesso sono chiuse, la luce sopra spenta. Bo si siede su una panchina laterale. Nora resta in piedi vicina, le mani in tasca, l’espressione di chi aspetta qualcosa che già sa.
Bo parla.
Cacciavano insieme da sempre, dice. Abitualmente, a volte in gruppo a volte da soli. Poi, da qualche tempo, Alan era diventato strano. Scaricato da qualcuno, sembra, e perduto in un modo che non era ancora del tutto disperato. Bo non l’aveva mollato. Le nutrizioni di Alan diventavano via via più brutali e lui non lo fermava. Sperava di staccarlo dalla Camarilla. Pensava di aiutarlo.
Gli parlate della discoteca. Dell’Animale, dei video. Bo li aveva visti come tutti, ma quella cosa era così sfigurata che non ci aveva riconosciuto Alan.
È sentendovi parlare che gli torna in mente un’altra cosa. Tempo prima, un baretto di periferia: un bagno di sangue, cinque o sei morti. Lui non c’era, non sa chi sia stato. Sa solo che nel giro di pochi giorni era sparito tutto, come se quella sera non fosse mai esistita. E far sparire una cosa del genere non è roba da anarchici: sa di Camarilla. Adesso, mentre ve lo racconta, il dubbio prende forma: il baretto, la discoteca — e se fosse stato Alan, sempre?
«L’avevi detto a qualcuno?» chiede Renée.
Bo guarda Nora. Poi guarda altrove.
A Sara, dice. Al suo capobanda. Le aveva detto che c’era una bestia che si aggirava, che forse era qualcuno che conoscevano. Sara aveva ascoltato. Aveva detto di non parlarne in giro. Non aveva fatto niente.
Ore 23:30 — Casoretto, lo scatto
Nora non urla. Quello che fa è peggio.
Si avvicina di mezzo passo e parla piano. Dice a Bo, in faccia, che l’Animale ha sgozzato gente che poteva essere sua figlia. Che certe cose viste ai telegiornali della provincia, adesso, le capisce. Che Alan si fidava di lui — e lui se l’è tenuto accanto mentre diventava quella cosa.
«Sei stato tu a spingerlo a diventare una bestia.»
Bo monta, e lo vedete: sul collo, sulle spalle, dietro gli occhi che cambiano luce. Si alza dalla panchina con una lentezza che è il contrario della calma. La Bestia gli sale e lui non se la tiene.
Nora non molla, incalza parola dietro parola. E le dita di Bo si allungano in artigli, piano. I denti digrignano, i canini crescono. Smette di guardarla: la punta, la fissa come una preda. Finché scatta.
Marco non aspetta. Si frappone — un passo, due — intercetta l’aggressione e la respinge a mani nude. Poi gli pianta addosso uno sguardo.
Non è solo uno sguardo. È qualcosa di freddo che gli entra sotto la pelle, che parla diretto alla Bestia e le ordina di abbassare la testa: un terrore che non nasce da lui, e che non riesce a scrollarsi di dosso. Bo si blocca. I canini ancora scoperti, gli occhi fermi nei suoi, ma non si muove più.
Joao arriva un secondo dopo. Si avvicina dall’altro lato. Lavora sulla stessa corda di Marco, ma in un altro modo — un timbro di voce che sale, che cala, una postura che cerca contatto invece che scontro. Parla piano a Bo, dice solo qualche frase. Quella roba addosso a Bo cambia colore. La Bestia non se ne va — non se ne va mai del tutto — ma adesso non è più rabbia. Joao ci ha messo dentro il dolore, e finché lui parla Bo lo regge.
Bo si siede. Si prende la testa fra le mani. Non piange — non in senso umano — ma c’è dentro qualcosa che assomiglia a un crollo.
Ore 00:00 — Casoretto, l’ombra
Mentre Bo è ancora seduto, una figura esce dal centro sociale. Donna, capelli scuri tagliati corti, fisico nervoso. Si avvicina senza fretta.
Era nel centro sociale tutto il tempo. Forse l’avevate intuito, forse no — ma adesso che la vedete capite che il suo arrivo non è una sorpresa per nessuno tranne che per voi.
Si china su Bo, gli posa una mano sulla spalla. Poi cerca Nora con lo sguardo. «Tutto a posto?»
È Sara — la capobanda di cui Bo aveva parlato. È uscita solo a controllare.
Nora la rassicura. Si scambiano qualche parola, piano, una accanto all’altra.
Poi le chiedete dell’Animale. Di quello che la banda sapeva e non ha detto. Perché.
Sara non si scompone. Si scusa a mezza bocca, come chi ripete una cosa decisa da un pezzo: il comando degli anarchici è frammentato, nessuno decide per tutti, e la banda ha scelto insieme di stare zitta. Decisione collettiva. Una pessima decisione, lo ammette.
Sul perché è più diretta. Una bestia che sbranava mortali, lasciata correre, era un cappio da stringere al collo della Camarilla: che fossero loro a non accorgersene, a non ripulire, a perdere la faccia in città. Il sangue dei mortali, in quel conto, non entrava.
E mentre parlano, qualcosa fa girare Sara. Non gira la testa molto, ma il movimento basta perché si veda dove guarda. Un angolo del cortile, qualche metro più in là, dove un albero scarno e una catasta di vecchi pallet creano un’ombra che da lontano sembra solo un’ombra.
Lo fa di nuovo, dopo due frasi. Poi una terza volta.
Mangiate la foglia. Parte di voi si sposta a vedere cosa nasconde quell’angolo.
Là dentro c’è una figura. In piedi, ma curva, il corpo piegato come da un peso. Difficile dire altro — l’occhio scivola via prima di riuscire a fissarla. Quello che resta è una sensazione, non un identikit.
Poi mettete a fuoco. La schiena gobba, la pelle che sembra marcire addosso, gli occhi neri fino in fondo — niente bianco, niente iride. Un vecchio giubbino col cappuccio, di quelli da università, tirato su sulla testa. Nosferatu, di quelli che la deformità non la nascondono nemmeno.

Vi guarda.
Chi è andato a guardare cerca di capire. Ma quegli occhi neri non sono su di loro: sono su uno solo, rimasto indietro. Su Syd.
Il Nosferatu non parla. Non si muove dalla sua posizione. Tiene gli occhi fissi su Syd per quello che sembra un minuto intero. Niente cenni, niente parole, niente promesse. Solo una presenza che adesso, che lo vedete, capite essere stata lì dall’inizio, e che aveva deciso di farsi vedere solo quando lo avesse voluto lui.
Syd il suo sire non l’ha mai conosciuto. E quegli occhi addosso — troppo fissi per essere un caso — gli lasciano un sospetto. Come minimo, dell’interesse. O forse di più: quella faccia rovinata gli sfiora un ricordo, una sagoma china su di lui la notte dell’Abbraccio.
Sara non sembra trovarci niente di strano. «Ci copre le spalle,» dice. Uno messo lì a guardare, perché a un incontro così non ci si va scoperti. Poi vi guarda. «Qui abbiamo finito?» Non aspetta una risposta: fa un cenno col capo verso l’ombra, e lui si stacca. Porta via Bo, verso una macchina parcheggiata in fondo a un vicolo che non avevate visto entrando. Sara va con lui. Nessuno saluta.
Restate al campetto. Voi quattro e Nora. E un silenzio che adesso pesa più di tutto quello che è successo.
Ore 00:30 — Verso est
Mentre lasciate il campetto, due telefoni vibrano nello stesso minuto.
Quello di Marco è un sms. Tina. Poche righe, di fretta.
Marco, ho l’impressione di essere seguita. Non mi piace. Vado fuori città per qualche tempo. Non chiamarmi. Ti faccio sapere io quando torno.
Quello di Joao è un sms. Numero noto. Mark Floros.
Devo vederti. Da solo. Non parlarne con nessuno. Specie con chi pensi sia sicuro. Ti dico io quando.
Joao lo legge. Se lo tiene per sé.
Camminate senza dire niente. Nora vi accompagna fino all’angolo, poi si stacca. Vi saluta con un gesto del mento. Sparisce in una via laterale.
Ore 01:00 — Verso l’erboristeria
Mentre rientrate verso est, il telefono di Renée vibra. La sorella.
Voce un po’ più alta del solito — quella che fa quando cerca di non spaventarsi.
«Renée, c’è una macchina parcheggiata davanti al negozio. Una berlina scura. Non l’ho mai vista. È lì da almeno tre ore. Dentro c’è qualcuno, ma non si vede bene.»
Renée la fa restare al telefono. Le dice di non avvicinarsi. Le dice di salire di sopra, chiudersi dentro e non uscire. La sorella obbedisce.
Quando arrivate in vista del negozio, dall’altra parte dell’incrocio, la berlina è ferma davanti alla saracinesca. Vi vede arrivare: mette in moto e si stacca dal marciapiede. Senza fretta — il passo di chi ha aspettato finché serviva.
Renée e Syd ne studiano i particolari da lontano. Berlina nera, marca tedesca, modello recente, vetri scuri. Targa parziale.
Ore 01:15 — Inseguimento
Marco scatta — e non è la corsa di un uomo. La strada gli sparisce sotto i piedi, troppo in fretta per essere vera, in mezzo alla via. La seconda cosa, stanotte, che nessuno avrebbe dovuto vedere.
Tiene dietro alla berlina per un tratto, taglia per un cortile e sbuca dall’altra parte. Per un soffio non li raggiunge — ma abbastanza vicino da rubare un’occhiata dentro, dal finestrino di fianco, prima che la berlina svoltasse l’angolo. Due figure. Uno guidava, l’altro era seduto accanto con la postura di chi non guida. Pochissimi tratti — alla luce blu del cruscotto i visi sono quasi solo ombre — ma abbastanza per dire che non sono Fratelli. Sembrano mortali.
Marco torna indietro, ma ha la targa completa.
Ore 02:30 — Noleggio h24
La targa è di una società di noleggio auto: quattro filiali a Milano, una aperta h24. Ci andate.
Joao entra da solo. Vi mettete d’accordo prima — la scena la fa lui, gli altri restano fuori.
Storia: ha avuto un piccolo incidente stradale con una vettura di quella società, vorrebbe gestire la cosa direttamente con il cliente prima che si coinvolgano le assicurazioni. È un tono che chiunque, al posto del commesso, riconosce come guai — l’uomo dietro il bancone allunga subito la mano verso il telefono per chiamare la polizia.
Joao non lo lascia chiamare. Lo guarda. Voce calma, mezzo sorriso.
Il commesso posa il telefono.
Joao chiede del cliente che ha noleggiato quel veicolo. Il commesso risponde di no — per regolamento, eccetera. Allora Joao gli mette addosso qualcosa: non una minaccia, un calore, la voglia improvvisa di fidarsi, di rendersi utile a quell’uomo gentile dall’altra parte del bancone. Un’emozione che non è la sua, e che lui scambia per propria.
Il commesso digita. Convinto, quasi contento di farlo.
Auto noleggiata due giorni fa, ritiro alle dieci del mattino. Carta di credito intestata a Carlo Goldin. Erano in due. Il commesso non ricorda altro.
Joao memorizza. Ringrazia con un sorriso che il commesso ricambia senza sapere perché. Esce.
Fuori, gli altri sono dove li ha lasciati. Joao li raggiunge senza fretta, il sorriso ancora addosso.
Avete il nome, niente di più.
Ore 03:00 — Ristorante, centro
Il ristorante in centro è chiuso alla clientela mortale a quell’ora. Si entra dal retro, da una porta di servizio: di là c’è la zona privata, e Mark la tiene sempre aperta per chi sa come arrivarci.
Vi fa accomodare con la solita cortesia. Non chiede cosa vi porta lì: ha l’aria di chi lo sa già.
Prima di parlare, vi nutrite. Tre mortali che la casa tiene a disposizione — discreti, puliti, pagati per non ricordare. È la prima volta che vi saziate per davvero da due notti.
Poi cominciate.
Marco fa i nomi. Alan. Caroline. Il bar di periferia di prima della discoteca — il bagno di sangue, la strage fatta sparire come se non fosse mai successa, le insabbiature che solo una mano camarillica sa mettere in piedi. Bo che aveva detto a Sara, Mark che aveva indicato Kieran ma non aveva mai parlato degli episodi prima della discoteca.
Mark ascolta. Annuisce dove serve. Sembra sinceramente interessato.
Alla fine allarga le mani. Voce calma.
«Non sapevo nulla. Quello del bar non l’avevamo collegato. Nessuno l’aveva collegato. La pista della discoteca era nuova quando l’abbiamo trovata.»
Lo dice con la stessa serenità di chi dice un’ora esatta. Niente difese eccessive, niente fastidio, niente colpa.
Glielo chiedete una seconda volta in modo diverso. Lui risponde la stessa cosa in modo diverso. Glielo chiedete una terza volta. Stessa risposta, terza versione.
A Joao non rivolge nemmeno uno sguardo separato. Non un cenno, non un’occasione di parlare a parte. Quel che aveva da chiedergli da solo, Mark non lo chiede. Non davanti agli altri. E non si crea l’occasione perché Joao resti.
Quando uscite, Mark vi accompagna alla porta. Stringe la mano a Marco. Saluta gli altri con un cenno. Niente di più.
In strada, il telefono di Joao vibra di nuovo. Numero sconosciuto.
Da Rosa a Rosa. Da soli. Senza Mark. Cosa che ti riguarda. Ti dirò io dove.
Joao lo legge. Se lo tiene per sé.
Ore 04:00 — La Chiesa
Il rifugio di Renée è compromesso. La base che vi siete dati nelle scorse settimane stanotte non si può più usare — almeno non senza far sapere ad altri dove dormite.
C’è ancora un attore di questa città che non avete sentito.
La Chiesa di Caino, di cui qualcuno aveva fatto il nome la sera della convocazione di Frida — Marco aveva chiacchierato con uno di loro, allora, e si era preso un indirizzo che fino a stanotte non aveva avuto motivo di usare.
Lo usate adesso.
L’edificio è una costruzione moderna. Non assomiglia a una chiesa. Un cubo di cemento chiaro con una croce di metallo brunito sopra l’architrave, un parcheggio piccolo davanti, una canonica laterale che potrebbe essere un appartamento qualunque. Architettura senza memoria — niente colonne, niente vetrate.
È notte fonda. Provate l’ingresso principale, ma è chiuso. Suonate alla canonica. Qualche attimo di attesa, poi niente: non risponde nessuno.
Vi guardate. State quasi per voltarvi e andarvene.
Dall’angolo della canonica esce una donna.
Paffutella, pelle dorata tenue, occhi castani. Capelli biondi raccolti sotto un cappellino da baseball. Vestita comoda, come una che alle quattro della notte va al lavoro che è il suo. Si ferma a qualche passo da voi, le mani aperte, la postura di chi non si nasconde e non si fa nascondere.
Vi osserva, uno per uno.