La luce di Xaryxis

Sul filo del rasoio

Atto 2: Terrori del vuoto - Capitolo 5

Mare Astrale 14 min 13 marzo 2026

Il vuoto non ha fretta.

La Second Wind galleggia senza direzione, senza governo, senza la minima intenzione di fermarsi. Non si ferma perché nello spazio aperto niente si ferma — si propaga, si disperde, si allontana, finché qualcosa non la arresta o non si esaurisce da sola. La nave è la seconda opzione: intatta, silenziosa, perfettamente alla deriva.

Starbough non dà segni di vita. Le radici che solitamente pulsano di una vitalità lenta e vegetale sono immobili, grigiastre, come legno morto.

Krux e Ardra dormono.

Non è il sonno di chi è stanco. È il sonno di chi non ha avuto scelta — profondi, quieti, assenti con una completezza che ha qualcosa di innaturale. Qualcuno li ha spostati sottocoperta e sistemati in posizione dignitosa. Qualcuno — e non è chiaro chi, esattamente — li ha anche posizionati uno vicino all’altro, con la testa del Commodoro appoggiata alla spalla della tiefling, le braccia di lui strette intorno a lei come se proteggesse qualcosa di prezioso.

Nessuno lo ammette.


Il linguaggio di Flinch

Flinch è l’unico adulto sveglio a bordo.

L’hadozee si muove sul ponte con la tensione di chi ha capito tutto e non riesce a comunicarlo. Le mani non si fermano mai: indicano, gesticolano, tracciano forme nell’aria, si aprono e si chiudono in sequenze che hanno perfettamente senso per lui e zero senso per chiunque altro.

Prova con la direzione. Indica avanti, poi di lato — due rotte diverse. Poi alza le mani in un gesto che dice chiaramente: questo è il problema. Il gruppo annuisce. La nave va dove non dovrebbe andare. Questo lo hanno capito.

Prova con Starbough. Indica il treant, incrocia le braccia sul petto, inclina la testa di lato, chiude gli occhi. Mima qualcosa che dorme. Poi scuote la testa con espressione grave.

Non si sveglia. Non sappiamo quando.

Il gruppo annuisce. Anche questo.

Poi Flinch sparisce per qualche istante e ritorna con un foglio di carta e un pezzo di carboncino. Disegna con la concentrazione di un cartografo: una forma tondeggiante con le pinne — una balena, forse, nell’interpretazione di chi non ha mai visto una balena ma ci ha ragionato su. Poi disegna la nave. Poi una linea tra i due, dritta e decisa.

Segue un lungo silenzio.

Flinch sbuffa. Lascia cadere il foglio, pesca da qualche parte un piccolo lanternino, lo accende e comincia ad agitarlo fuori bordo nel vuoto, guardando il gruppo negli occhi con l’espressione di chi sta urlando senza poter alzare la voce.

Qualcuno guarda verso dove punta il lanternino.

Nel buio dello spazio, a distanza, sei sagome enormi si muovono in formazione.


La cavalcata

Norik si posiziona con la luce. Hyppolita prende le funi.

La logica è semplice: lui attira, lei cattura. Non tutto quello che è semplice nella teoria risulta semplice nella pratica, specialmente quando la pratica si svolge nel vuoto interstellare a bordo di una nave senza propulsione.

Due kindori si staccano dal gruppo e si avvicinano alla fonte luminosa, lenti e curiosi, enormi nella loro docilità. La distanza si accorcia.

Hyppolita salta.

Il salto è preciso — anni di trapezio, senso delle distanze, calcolo istintivo. Ma la Second Wind ha un’atmosfera che termina dove termina, e nel momento del volo diventa chiaro che la giff è uscita da quell’atmosfera un attimo prima del previsto.

Il freddo arriva subito. L’aria no.

Non c’è panico — o almeno, non abbastanza panico da fermarla. Le mani trovano il dorso del kindori, le dita si aggrappano, il corpo si stabilizza sulla schiena della creatura. I polmoni iniziano a fare i conti.

Ha poco tempo.

Quel che segue è qualcosa che non ha un nome preciso — una comunicazione silenziosa tra un essere che ha imparato a leggere le creature e un animale che ha imparato, in ere di migrazione cosmica, a capire quando qualcuno gli vuole del bene. Il kindori rallenta. Si ferma. Aspetta.

Hyppolita imbriglia la creatura con la fune e torna a bordo.

Norik si siede alla guida — le briglie in mano, il kindori davanti, l’espressione concentrata di chi ha studiato moltissima teoria e sta applicandola per la prima volta. Flinch si arrampica in coffa e indica la rotta con gesti precisi.

La Second Wind riprende a muoversi.


Il viaggio

Nello spazio non c’è notte e non c’è giorno. C’è solo il buio fisso, e le stelle che non cambiano posizione abbastanza in fretta da dare un senso allo scorrere del tempo.

Il corpo, però, tiene il conto.

Il gruppo si organizza in turni — qualcuno dorme, qualcuno veglia, qualcuno tiene le briglie mentre il kindori procede lungo la rotta che Flinch indica dall’alto. La conversazione rallenta, poi si ferma, poi riprende quando il sonno ha tolto l’urgenza dalle cose.

Krux e Ardra dormono ancora.

A un certo punto, con la naturalezza di chi sta sistemando della merce, qualcuno li riposiziona meglio. La testa del Commodoro si appoggia alla spalla della tiefling. Le sue braccia la tengono stretta — il gesto rigido di chi ha trascorso una vita a dare ordini e non ha mai imparato a fare le cose con grazia nemmeno nel sonno.

Nessuno dice niente.

Quando il gruppo si sveglia dal proprio turno di riposo, Krux e Ardra sono già in piedi. Qualcuno di loro si è alzato per primo — non è chiaro chi — e l’altro ha fatto lo stesso poco dopo. Adesso stanno entrambi sul ponte, a distanza di sicurezza l’uno dall’altra, con l’aria di chi non ha niente da spiegare.

Ardra guarda il vuoto davanti alla nave. Non guarda Krux.

Krux si schiarisce la voce.

Il gruppo comincia ad aggiornarlo su quello che è successo. Mentre parla, il Commodoro ascolta con l’attenzione di un comandante che sta valutando danni e risorse — il kindori, la rotta, le ore trascorse. Nei suoi occhi c’è qualcosa che assomiglia a sorpresa, e qualcosa che assomiglia a orgoglio, e nessuna delle due cose viene detta ad alta voce.

In quel momento Flinch suona la campanella.

Meta in vista.


La torre di Topolah

Un asteroide piatto, piccolo, con una banchina di legno che sporge da un lato come un dente rotto. Sopra, storta e improbabile, una torre che sembra costruita da qualcuno che aveva idee molto precise sull’architettura e nessuna pazienza per i livelli a piombo.

Intorno, una nuvola di polvere cosmica che scintilla.

Krux ordina a Flinch di calare la scialuppa. La Second Wind rimane a distanza — la banchina è troppo fragile, e Krux ha un rispetto per le cose malmesse che va al di là del pratico.

Mentre la scialuppa si avvicina, due creature grigiastre dalla forma di squalo si disputano i resti di un pellicano sulla banchina. Un raggio di fuoco le disperde prima che la barca attracchi.

La donna che ha sparato il raggio li guarda dal bordo della banchina. Cappello a tese larghe, piedi scalzi, un jay blu appollaiato sulla tesa. Veste un abito che ha conosciuto tempi migliori e sembra non importargliene.

Topolah alza un sopracciglio.

Poi vede Krux, e il sopracciglio si abbassa.

«Finalmente qualcuno di interessante. Su, su — la torre si visita prima di tutto il resto.»


Il tour

La torre ha tre piani collegati da un ascensore a fune. Si sale e si scende dicendo su e giù — o almeno così ha spiegato Topolah, che ha aggiunto anche che chi si trova in un’apertura nel momento sbagliato viene espulso fuori dalla torre prima che la finestra scompaia, perché lei ha imparato a fare le cose con precisione.

Il primo piano è un giardino sospeso — terrazze circolari a diverse altezze, frutta e grano che crescono rigogliosi, quattro autognomi con baffi metallici che si muovono su carrucole per raggiungere ogni angolo. Si chiamano Orwyck qualcosa — i numeri dispari.

Il secondo piano è la camera da letto e la cucina. Due autognomi preparano la cena ignorando gli ospiti con l’indifferenza dei meccanismi ben calibrati.

Il terzo piano è il telescopio. Tre metri di rame lustro, puntato verso qualcosa che nessuno degli ospiti sa identificare. Mappe stellari su ogni superficie disponibile. Altri due autognomi che lucidano in silenzio.

Topolah indica, spiega, commenta. È la guida turistica di una cattedrale personale, e non ha nessuna intenzione di affrettarsi.

Solo quando il tour è concluso siede, guarda Krux e chiede perché della visita.

Il gruppo racconta. Le radici cristalline, Sharn, la fuga, la falena stellare, l’Impero Xaryxiano. Topolah ascolta senza interrompere, le mani intrecciate sul tavolo.

Quando il silenzio torna, Krux si sporge in avanti.

«Ci servono alleati. E ci servono le tue mappe per raggiungere il Doomspace.»

Topolah annuisce lentamente. Non c’è esitazione nei suoi occhi — c’è calcolo.

«Ho quello che vi serve. Un planetario di Wildspace e le mie mappe. Ve li darò.»

Una pausa. Il jay blu sulla tesa del cappello inclina la testa.

«Ma prima mi togliete un problema. C’è una bestia che infesta la banchina da settimane. Un void scavver. Grande. I miei autognomi non bastano, e io sono stufa di sparare raggi di fuoco ogni volta che devo uscire di casa.»

Guarda il gruppo con l’espressione di chi ha già deciso che accetteranno.

«Uccidetela, e avrete tutto.»


Big Momma

Il gruppo sale sulla scialuppa. Krux e Ardra si uniscono senza che nessuno debba chiederglielo.

Remano una trentina di metri oltre la banchina, nel nulla. Poi si fermano. L’esca sono loro.

Il vuoto intorno è immobile. Nessun suono, nessun movimento. Solo l’attesa, e la sensazione crescente che qualcosa li stia già osservando.

Hyppolita e Mei lo sentono prima di vederlo — un cambiamento nella qualità dell’aria, una pressione che non c’era un istante prima. Kae’ryn e Norik si girano un battito troppo tardi.

Big Momma emerge dal buio come qualcosa che è sempre stato lì. Un void scavver abbastanza grande da inghiottire la scialuppa con un morso laterale. L’occhio rosso, incandescente. La bocca già aperta.

Si scaglia su Mei. Le fauci si chiudono, i denti affondano — ma la changeling è già altrove, scivolata di lato con i riflessi di chi ha imparato a scomparire prima che il pericolo arrivi. Il morso trova aria.

Poi è il turno di Mork.

L’hadozee non ha la stessa fortuna. Big Momma gli si avventa addosso con tutta la furia di un predatore frustrato dal primo boccone mancato. I denti si chiudono. Mork scompare nelle fauci della creatura.

Il resto del gruppo non sta a guardare.

Hyppolita affonda l’alabarda nel fianco della bestia. Norik scarica colpi ravvicinati. Kae’ryn invoca la luce di Celestian. Mei rientra dall’angolo cieco, lo stocco che cerca i punti deboli. Krux spara con entrambe le pistole, una dopo l’altra, con la calma di chi ha già visto bestie simili e sa che muoiono come tutto il resto. Ardra colpisce con precisione chirurgica.

Big Momma ondeggia. Rallenta. Cade.

Nell’istante in cui il corpo enorme si immobilizza, la bocca si apre. Un rigurgito involontario, poco dignitoso. Sul pavimento della scialuppa atterrano Mork e lo scheletro di un nano in tuta da pesce.

Kae’ryn si inginocchia accanto all’hadozee. Le mani si posano sul petto immobile. Una preghiera breve, precisa, del tipo che Celestian ascolta quando non ci sono alternative. La luce torna negli occhi di Mork.

Lo scheletro rimane lì. La tuta da pesce sembra integra.


Il patto mantenuto

Topolah li aspetta in cima alla banchina. Non chiede com’è andata — la risposta è scritta nei vestiti sporchi e nell’assenza di ruggiti dal buio.

Consegna il planetario di Wildspace — un meccanismo che proietta in miniatura le posizioni di soli, pianeti e lune, un punto bianco pulsante a indicare la posizione dell’osservatore.

«Funziona solo nel Wildspace. Per viaggiare tra sistemi dovete prima entrare nel Mare Astrale — lì andate dove volete andare. Poi usate questo per orientarvi.»

Una pausa. Poi, prima che qualcuno faccia la domanda ovvia:

«E nel Doomspace, i nemici del nostro nemico potrebbero essere i nostri amici.»


Sottocoperta

Topolah vola fino alla Second Wind prima che la nave parta.

Non dice niente di immediato. Osserva la nave per un momento, poi chiede dov’è il timone.

Qualcuno la porta sottocoperta.

La poltrona è sepolta — radici grigiastre e inerti si avvolgono intorno alla struttura in strati sovrapposti, come legno che cresce su se stesso. Il legno dorato dei braccioli si intravede appena. Il braccio destro è allentato, si vede anche da lontano. L’odore è di birra stantia e legno antico.

Topolah sposta le radici con le mani — non con delicatezza, ma senza brutalità gratuita. Le mette da parte come si mette da parte quello che non serve adesso, senza giudizio. Si siede.

«L’elmo è sano. Il treant si riprenderà. Quando succede, le radici tornano da sole.»

Detto questo, si attuna. La Second Wind risponde.

Di ritorno sul ponte, Topolah prende le briglie — metaforicamente: l’elmo spelljammer non ha briglie, ma lei guida con la stessa autorità di chi pensa di sì, e nel frattempo brontola sottovoce per la mancanza di uno sperone.


I relitti

Nel viaggio verso Doomspace, la nebbia di detriti appare all’orizzonte prima che qualcuno riesca a identificarla.

Il gruppo osserva in silenzio dalla prua. Nessuno capisce subito cosa sta guardando.

La nuvola di frammenti contiene quello che rimane di tre flying fish, tre lamprey, due squid ship e due star moth. Il legno è bruciato ai bordi. Alcune navi si sono aperte come frutti — il contenuto disperso nel vuoto, congelato nell’istante dell’impatto.

La Second Wind passa attraverso i relitti.

Una bandiera pirata cremisi si impiglia alla balista. Qualcuno la nota. Nessuno la toglie subito.

Due figure giacciono tra i detriti. Esanimi, o così sembra.

La Second Wind si avvicina. Nel momento in cui la distanza si accorcia, i due corpi si muovono — si aggrappano alla fiancata della nave e salgono sul ponte con la fluidità di chi non respira ma si muove lo stesso.

Pallidi, occhi fermi, pelle che non ha visto il sole da molto tempo. Nessuno dei due ansima dopo lo sforzo. Nessuno dei due sembra aver bisogno di aria.

Il sospetto attraversa il gruppo senza bisogno di parole. Kae’ryn non aspetta conferme. Mormora una preghiera e invoca la luce sacra di Celestian. I due sussultano, indietreggiano di un passo — infastiditi, non sconfitti. Si guardano, poi guardano il gruppo.

Uno dei due alza le mani. La voce è piatta, senza fiato.

«Siamo sopravvissuti a una flotta di xaryxiani di ritorno a casa. Hanno distrutto quasi tutta la nostra flotta. È sopravvissuta solo l’ammiraglia: la Last Breath.»

La Second Wind si arresta di colpo.

Topolah sale sul ponte. Gli occhi sono già accesi prima di aprire bocca.

«Last Breath!? Gargenhale!»

Il gruppo la guarda. Le domande si accumulano. Topolah le taglia corte.

«Ha combattuto contro gli xaryxiani. Potrebbe essere un alleato.»

Una pausa. Poi, con il tono di chi aggiunge un dettaglio che non voleva aggiungere:

«Siamo stati insieme. L’ho lasciato io.»

Nient’altro. Nessuna spiegazione.

I due naufraghi vengono legati e imbavagliati. Nessuno oppone resistenza. Vengono portati sottocoperta.

Il gruppo si guarda. Dove andare ora?

La risposta arriva da sola. Un fuoco fatuo — una sfera di luce pallida, pulsante, sospesa nel vuoto — si materializza davanti alla prua. Si muove lentamente, poi accelera, poi rallenta di nuovo, come aspettando che la nave lo segua.

La Second Wind segue.


La Last Breath

La tempesta cosmica si apre davanti a loro. Lampi blu e viola che attraversano nuvole dense e cariche, silenziose come tutto nel vuoto ma non meno reali per questo.

Dal cuore della tempesta emerge una sagoma.

Un galeone con le vele a brandelli che ondeggiano senza vento. Figure immobili sul ponte e aggrappate alla coffa, teste che non girano, occhi che non si chiudono. La nave avanza lentamente, come trascinata da una corrente che non esiste.

Mentre la distanza si accorcia, Krux aguzza la vista. Gli occhi si stringono. Poi ringhia.

«Vampirati.»

Le due sputafuoco escono dalle fondine.