Viaggi nella Cittadella Radiosa

L'ombra del sole

Akharin Sangar — Piazza dei Tre Soli

La Cittadella Radiosa 12 min 14 febbraio 2026

Per la prima volta, la convocazione ha un tono diverso. Sholeh non invia il gruppo verso una terra sconosciuta: li manda a casa sua.

Akharin Sangar, città-stato sull’altopiano ai piedi delle Cime Celesti, è governata da cinquant’anni dall’angelo Atash. È il luogo in cui è cresciuta. E la persona che vuole raggiungere — Afsoun Ghorbani, attrice celebre e leader segreta dei ribelli — è una sua vecchia conoscenza personale.

Il compito è semplice sulla carta: prendere contatto, capire come stanno le cose. Ma il gruppo che parte è ridotto a due.


La Shabe Taabaan

Akharin Sangar li accoglie nel fervore dei preparativi per la Notte brillante, il festival lunare triennale durante il quale la luna splende come il sole. Le strade della Piazza dei Tre Soli sono affollate, i festeggiamenti nell’aria, la tensione appena sotto la superficie. Gli Eredi cinerei — anarchici violenti che cercano il cambiamento a ogni costo — hanno già seminato abbastanza paura da mettere a rischio l’intera celebrazione.

Il caos arriva presto: un verme purpureo irrompe tra la folla.

I personaggi si dividono istintivamente, ciascuno seguendo la propria natura. Uno si getta tra i popolani terrorizzati e avvelenati, cercando di trascinarli in salvo mentre la creatura semina distruzione. L’altro capisce quasi subito dove risiede il problema: sono gli emanabum a tenere in vita e in furia il verme. Si alza in volo e inizia a distruggerli metodicamente, uno alla volta, raggiungendo in aria ciascun ribelle prima che possa reagire.

Quando cade l’ultimo, il verme si ritira. Tra il polverone atterra un angelo dalla pelle azzurra e quattro ali scarlatte. È Artavazda, portavoce dei Guardaluce e braccio destro di Atash.

Ringrazia, cura le ferite, poi fa la sua proposta: lavorare con i Guardaluce fino alla fine del festival, tenere a bada gli Eredi cinerei. In cambio, protezione e ricompensa.


Inseguimento al bazar

La risposta non arriva subito. Prima c’è il bazar, e il bazar non aspetta.

Due membri degli Eredi cinerei — maschere scarlatte, movimenti rapidi — si intrufolano nella stanza segreta del negozio del mercante Emad Farrokh e rubano un samovar decorato e un tappeto volante.

Quando i personaggi li scoprono, i ladri sono già nell’aria.

L’inseguimento è caotico e sfiancante: i vicoli si moltiplicano, gli incantesimi arrivano da direzioni impossibili. I due Eredi cinerei sono veloci e non hanno nessuna intenzione di farsi prendere.

Alla fine, dopo una caccia a perdifiato tra stendardi, complicazioni e raffiche di magia, sono i personaggi ad essere abbattuti. I ladri spariscono.

Quando si rialzano, tornano da Emad. Il mercante è riconoscente per il tentativo e, in segno di gratitudine, fa a loro dono del tappeto volante rimasto nel negozio.

Ma il samovar rubato continua a pesare: cosa conteneva di così prezioso da giustificare un simile rischio? Aprendo il contenitore magico, la risposta appare in una nuvola di vapore profumato. Si chiama Baadi, è un djinni dalla pelle blu e dall’umore pomposo.

Fa una proposta secca, quasi annoiata: esaudirà loro un desiderio se ritroveranno suo cugino Navid. Il problema è che non sa dove sia, non ricorda come si presentasse di persona, e non ha idea di come si faccia chiamare adesso.

Un desiderio in cambio di trovare qualcuno di cui non si conosce né il volto, né il nome, né il luogo. Akharin Sangar comincia a sembrare molto più complicata di quanto Sholeh avesse lasciato intendere.


Laleh

Poco dopo, senza che nessuno lo annunci, un vecchio in tunica si avvicina ai personaggi. Consegna loro un pezzo di torrone al pistacchio avvolto in una carta con il simbolo di una manticora sorridente, poi sparisce tra la folla prima che possano fargli domande.

L’emblema appartiene al Panificio Ghorbani. Qualcuno li sta aspettando.

Il panificio è a ovest della piazza, due piani, profumo di rose e farina. Laleh Ghorbani li riceve con un vassoio di dolci e un sorriso aperto, poi aspetta che gli ultimi clienti escano e chiude la porta a chiave.

Ha gli zigomi alti, gli occhi castani vivaci, un braccio prostetico decorato e il grembiule ancora sporco di lavoro. Quando parla, lo fa con la stessa calma con cui si impasta il pane: con pazienza, misurando ogni parola.

Afsoun, sua sorella, è stata arrestata dai Guardaluce in Piazza dei Tre Soli. Non è stata rilasciata dopo l’interrogatorio.

E con Afsoun fuori gioco, è lei ad aver preso il comando del Ruggito Silente.


Il tempio della luna

Il covo degli Eredi cinerei si trova nella Città vecchia: un tempio fatiscente circondato da vegetazione morente e da una fontana vuota piena di immondizia. Dentro, però, la storia racconta qualcosa di diverso da quello che ci si aspetterebbe.

I mosaici sulle pareti non raffigurano il Tessisole. Raffigurano cicli lunari, piante in fiore sotto una luna splendente, una devozione antica e dimenticata che l’occupazione anarchica ha coperto di graffiti senza riuscire a cancellare del tutto.

Questo tempio era dedicato a un’altra divinità, molto prima che gli Eredi cinerei lo rivendicassero come rifugio.

Nel cuore del tempio, oltre un corridoio di mosaici lunari, si apre una sala a cupola: rocce vulcaniche che sporgono dalla sabbia rossa, lanterne magiche con le fasi lunari in rilievo, un caldo soffocante che sale dal suolo.

Al centro, disteso su un cuscino, c’è un uomo dalla pelle scura con occhi luminosi. Si chiama Navid.

Riconosce subito che i due davanti a lui non sono veri Eredi cinerei, e riconosce anche qualcos’altro: sono gli stessi che hanno intercettato i ladri del samovar poche ore prima al bazar.

Non si scompone. Con la calma superba di chi non ha mai avuto motivo di temere nessuno, spiega che gli Eredi cinerei non lottano per riformare Akharin Sangar, né per consegnarla a un’altra fazione. Vogliono ricominciare da capo. Bruciare ciò che non regge più e lasciare spazio a qualcosa di nuovo.

Poi cambia tono. Uno di voi rimane qui, dice. L’altro va a portarmi mio cugino Baadi. Se non torna entro breve, chi è rimasto muore. Se non accettate, non uscirete vivi.

La scelta non è una scelta. Accettano.


I cugini

Baadi arriva. Quando i due si trovano faccia a faccia, Navid abbandona il travestimento umano e riprende la sua vera forma: è un efreeti, principe del Piano del Fuoco, figlio di un casato che Atash ha deposto cinquant’anni fa. Ha vissuto nell’ombra da allora, camuffato da visionario anarchico, tramando nel solo modo che gli restava.

Baadi lo guarda e non dice molto. I due geni si incamminano verso il corridoio, scambiano poche parole sottovoce, poi spariscono dietro un angolo.

Di loro non ci sarà più traccia.

Senza il loro capo, gli Eredi cinerei rimasti nel covo si radunano. Non sono molti, ma bastano: lo scontro è breve e pericoloso, e quando si ferma il silenzio che resta ha il peso di una cosa conclusa.

Rovistando tra le casse sparse nella sala di preghiera, i personaggi trovano merce rubata al bazar per centinaia di monete d’oro, vasi raffinati sottratti ai mercanti, e — sepolta sotto la sabbia ardente del giardino selenico — una cassa di ferro con una corona intarsiata di opali di fuoco, una falce argentata dal pomo perlato e una pergamena di volo.

Il tempio ha tenuto i suoi segreti fino in fondo.


Artavazda

Al Nobile gioiello, Artavazda li ascolta con attenzione. Quando sente pronunciare il nome di Navid — e la descrizione della sua vera forma — l’angelo mormora tra sé qualcosa sull’inutilità del sangue senza la luce. Poi ringrazia, ricompensa i personaggi con diamanti rosa e fa un’altra proposta.

Il Ruggito Silente si riunisce quella sera al teatro Rosa Crepuscolare. Artavazda non vuole uno scontro: vuole informazioni, vuole capire i piani del gruppo prima che i Guardaluce facciano irruzione. Chiede ai personaggi di infiltrarsi e riferire.

I personaggi chiedono di Afsoun, chiedono che venga liberata. Artavazda non può fare nulla, o almeno così dice: l’interrogatorio deve fare il suo corso. Li esorta ad avere pazienza.

Accettano la missione a malincuore.


Mentre aspettano che si faccia sera, arriva un altro messaggio. Una confezione di dolci con il disegno di una manticora sorridente.

Laleh li sta aspettando di nuovo.

Al panificio, la fornaia è diretta come sempre. Anche lei vuole che vadano al Rosa Crepuscolare quella sera. Anche lei ha qualcosa da chiedere.

La stessa destinazione, due mandanti diversi. Akharin Sangar non conosce strade semplici.

La Rosa Crepuscolare è un teatro chiuso dai Guardaluce anni fa per spettacoli ritenuti immorali. Le porte non sono sbarrate. Quattro guardie del Ruggito Silente controllano l’ingresso dall’interno — lasciano passare chi ha l’invito di Laleh.

Sul palco illuminato da candele, una sostituta recita il monologo di La prima regina: la storia della fondatrice Piruzan, che guidò il suo popolo attraverso le Cime Celesti lontano dal demone Zolmate Shab e fondò Akharin Sangar come terra libera. Una commedia vietata da Atash fin dal primo anno del suo governo, perché celebrava il governo laico con troppo entusiasmo. Il Ruggito Silente la porta in scena di nascosto, in luoghi sempre diversi.

Trenta spettatori ascoltano in silenzio. La storia di quello che è stato — e di quanto si è perso — risuona nella sala buia come un atto di resistenza.

Laleh appare. Afsoun è al Piedistallo del Giudizio, a 7,5 chilometri fuori città, sospesa a novanta metri dal suolo arido. Il piano è pronto: il Ruggito Silente organizzerà un diversivo in città all’alba, abbastanza rumoroso da richiamare i deva di guardia. La piattaforma resterà scoperta. I personaggi devono essere lì.

Accettano — ma non tagliano i ponti con Artavazda. Giocheranno su due tavoli finché potranno.


Il volo della Shabe Taabaan

All’alba, ai margini della città, li aspettano due Domatori della Criniera alata a cavallo delle loro manticore e Marzieh, la ginosfinge alleata del Ruggito Silente.

Decollano mentre la Shabe Taabaan trasforma il cielo notturno in un’alba impossibile: la luna splende come il sole, e Akharin Sangar brilla dall’alto come un gioiello sul palmo di un gigante.

Il volo dura un’ora. La piattaforma appare all’orizzonte prima ancora che la città scompaia alle spalle — marmo oro-rosa sospeso nel vuoto, circondato da cristalli verdi che orbitano lentamente come pianeti minori.

La struttura è circolare, diciotto metri di diametro, novanta metri sopra il terreno. Tredici cristalli verdi e oro fluttuano attorno alla piattaforma: tredici prigionieri congelati, in attesa di giudizio. Sul lato orientale, Afsoun Ghorbani è immobile nel suo cristallo, gli occhi chiusi, le mani ancora nell’atto di difendersi dal momento del suo arresto.

Dall’altra parte della piattaforma, Artavazda e due cavalieri dei Guardaluce su pegasi appaiono tra la luce lunare.

L’angelo guarda i personaggi con qualcosa che somiglia alla delusione. La legge è legge, dice. Dura, a volte incomprensibile, ma necessaria. Senza di essa, non resta che il caos. Le visioni che comincia a proiettare nelle loro menti lo confermano: città in fiamme, fazioni che si distruggono, Akharin Sangar divorata da se stessa. Non è una minaccia. È, per lui, una certezza.

Il Ruggito Silente non arretra. Non esiste un’altra fine possibile per questa notte.


Sotto la luna

I cavalieri dei Guardaluce si gettano su Marzieh, che risponde con la forza silenziosa di chi ha scelto da che parte stare.

I Domatori della Criniera alata entrano nel combattimento aereo. Artavazda combatte con la furia di chi crede in ogni colpo — energia sacra che si sprigiona a ogni impatto, abbagliante come la luna sopra di loro.

I cavalieri di manticora vengono sbaragliati. Marzieh mette fuori combattimento i cavalieri dei Guardaluce, poi punta dritta al cristallo di Afsoun. I personaggi affrontano Artavazda faccia a faccia, a novanta metri dal suolo, con la Shabe Taabaan che illumina ogni cosa come se il mondo non avesse segreti.

Il cristallo cede. Afsoun è libera.

Il gruppo scende a terra ai margini della città, lontano dai rumori del diversivo che ancora risuonano tra le strade. Poi ci si separa nell’alba che non è ancora alba.

I personaggi tornano al Panificio Ghorbani mentre la Shabe Taabaan comincia a scemare. Laleh li accoglie in silenzio. Afsoun è al sicuro, curata, e dorme ancora il sonno di chi è stato troppo a lungo sospeso nel buio di un cristallo.

La città non sa ancora cosa è successo questa notte. Ma Akharin Sangar ha una guida di nuovo, e il Ruggito Silente — per la prima volta da quando è iniziata questa storia — può ricominciare da dove aveva smesso.


Gazzetta di Akharin Sangar

Cultura e società Akharin Sangar è una teocrazia presieduta dall’angelo Atash, che cinquant’anni fa salvò la città da una devastante incursione demoniaca e non è più andato via. I Sangariani sono un popolo ospitale, colto e artisticamente ricco, ma sotto la superficie scorrono correnti opposte: i Guardaluce mantengono l’ordine in nome dell’angelo, il Ruggito Silente lavora per restituire il governo al popolo, gli Eredi cinerei fomentano disordini a ogni costo.

Economia Artigianato tessile, spezie, tappeti intrecciati a mano e commercio di tè dominano i bazar della Piazza dei Tre Soli. La città è un crocevia culturale sull’altopiano ai piedi delle Cime Celesti, dove convergono mercanti da ogni direzione nonostante il coprifuoco notturno imposto da Atash.

Creature e pericoli I demoni che Atash sconfisse mezzo secolo fa non sono del tutto scomparsi dalle Dune Ardenti. Nelle regioni attorno alla città, kenku predatori e roc sorvolano gli insediamenti di argilla, mentre gli Eredi cinerei usano entità parassitarie per fomentare violenza dall’interno.

Feste e tradizioni La Shabe Taabaan — la Notte Brillante — è un festival lunare triennale durante il quale un’antica magia fa splendere la luna come il sole per alcuni giorni. È la celebrazione più attesa dell’anno: il coprifuoco viene sospeso, e la città torna per un breve periodo a essere quella che era prima di Atash.

Identità Akharin Sangar vive nella tensione tra gratitudine e insofferenza. Un angelo che salva una città e poi resta a governarla smette di essere un salvatore — ma nessuno osa dirlo ad alta voce. Almeno, non ancora.